E' buffo come quella che potrebbe essere stata la più bella vacanza (in senso stretto) che abbia mai passato sia nata da una proposta della signorina Cannucciari Giorgia dopo l'ennesima serata passata a scannarci sui vantaggi e sull'impossibilità di fare una route in canoa.
Ma buffo o meno, fatto sta che dopo un tempo di preparazione decisamente irrisorio rispetto a quello impiegato da tutto il clan per la route, alle 6:25 di mattina del 9 agosto 2007, in via d'Azeglio a Parma, scattavo questa foto ai miei quattro compagni di viaggio e alla Fusion non ancora del tutto carica di bagagli.
La prima tappa non comportava parecchia strada, in teoria: si trattava di fermarci al primo bar aperto per far colazione. Non so se quel giorno a Parma tutti i bar fossero chiusi, o noi fossimo troppo addormentati, fatto sta che il primo bar aperto era una bettola per camionisti poco schizzinosi in una località indefinita tra Pontetaro e l'A15.
Così rifocillati, siamo ripartiti verso sud, alla volta della Toscana, che ci avrebbe ospitato per la prima parte della nostra vacanza. Due ore dopo, con i crampi per le posizioni assurde a cui eravamo costretti dai bagagli che tenevamo fin sulle ginocchia, ci siamo fermati alla vista del primo mare per sgranchirci le membra.
Le nostre scarse conoscenze geografiche della Toscana ci fecero immediatamente collegare la presenza del mare con la vicinanza della nostra meta. Peccato che quest'ultima, il tombolo della Giannella del monte Argentario, fosse più o meno esattamente dall'altra parte della Toscana. E ora sappiamo che la Toscana è decisamente lunga.
Infine, dopo esserci annoiati con un altro paio d'ore di scorci per i quali un giapponese pagherebbe 37 anni di stipendio, abbiamo avvistato il Veliero (ovvero quello che sarebbe stato il nostro camping), e parcheggiato da bravi italiani in tripla fila davanti all'ingresso, in attesa di ottenere quel rettangolino di carta plasticata che permette il libero passaggio di uomini, cose e mezzi dentro e fuori quella distesa di tende, pini marittimi e casette di legno.
Distesa di ragguardevoli dimensioni, considerato che l'omino-guida ci ha portato alla nostra piazzola in bicicletta, ma per fortuna ci avevano riservato un posto abbastanza vicino ai bagni. Avremmo dovuto scavalcare solo qualche dozzina di tende, invece che qualche centinaio come i più sfortunati.
Essendo una vacanza, nessuno aveva intenzione di fare fatiche non necessarie, aggiungeteci il viaggio, e il fatto che dal camping alla spiaggia ci fosse la distanza che va da un lato all'altro della strada, si può ben capire dove e come abbiamo passato il resto della giornata.
Per la cena, però, decidemmo di concederci un po' di più di un pasto sul fornello a gas: grazie a un cartellone pubblicitario che diede l'idea, la serata passò sui tavoli della sagra del pesce di Albinia, e dopo un'abbuffata di dimensioni ragguardevoli, e numerosi giri di "non ho mai" (tristemente vinti dal sottoscritto - o persi, a seconda di come uno intenda la vittoria), i cinque amici ora allegri si sono fatti un giretto per il paese, scoprendo un'ironia non comune dalle nostre parti:
Essendo ormai giunta la mezzanotte, e con essa il sonno, vi saluto, lasciando il resto del racconto alla prossima volta che avrò voglia di scrivere!
E' vero, sarà peso, fa dei discorsi che quando cerca di essere semplice, gli adulti fanno fatica a seguirlo; ma almeno parla come uno che cerca di spiegarti qualcosa che ha scoperto e di cui è convinto, e non come uno che ti vuole vendere la fede.
Se da metà delle discussioni esco senza averle comprese nemmeno a metà, e se magari mi incavolo perché no, secondo me così è sbagliato; almeno non mi rimane quell'amaro che mi lascia chi fa finta di capire i giovani, che gioca con le parole mettendoti in bocca le sue.
E apprezzo molto l'impressione che mi dà di essere in gita anche e soprattutto per rilassarsi e passare del tempo: molto meglio di uno che sembra un infiltrato che sfrutta momenti divertenti per portare anime dalla sua parte.
E poi, alla fine in macchina non va così forte.
Una regola dello sviluppo sostenibile stabilisce che un'economia deve risparmiare abbastanza da poter compensare il deprezzamento del capitale fabbricato dall'uomo e del capitale naturale. (Pearce e Atkinson, 1992)
Come?? Cioè, se sfruttiamo l'ambiente fino a danneggiarlo, basta che poi risparmiamo un po' di soldi per compensare il danno ed è uguale?
Citando il capo Seattle, quando l'ultimo albero sarà abbattuto e l'ultimo fiume prosciugato, ci accorgeremo che il denaro non si può mangiare!!!
La realtà, almeno per quello che i miei 21 anni mi hanno dato di capire, è ben diversa.
L'ambiente - che è molto di più del parco dove andiamo a passeggiare, nonostante anche quella sia una necessità sottovalutata - ogni anno rifornisce il Pianeta con una certa quantità di risorse: prende l'energia dal sole e con questa trasforma e "carica" energeticamente la materia, restituendoci cereali, frutta, verdura, legname, acqua, vento, animali, combustibili fossili (eh sì anche questi sono rinnovabili, nel lunghissimo periodo) eccetera...
Noi, dal Pianeta, preleviamo queste risorse ad alto contenuto energetico, le trasformiamo secondo le nostre necessità, le utilizziamo (liberandone l'energia contenuta), e le restituiamo all'ambiente come materiali a basso contenuto energetico, cioè rifiuti.
Il ciclo si chiude con l'ambiente che degrada i nostri rifiuti, trasformandoli e "caricandoli" energeticamente, fino a farli tornare risorse utili.
E questo funziona perfettamente, finché la quantità di risorse che preleviamo dal pianeta non supera la quantità di risorse che l'ambiente fornisce ogni anno, e la quantità di rifiuti non supera la capacità dell'ambiente di assimilarli.
Il problemi, oggi, sono due: primo, stiamo superando queste quantità, secondo, stiamo danneggiando l'ambiente, che quindi riesce a produrre meno risorse e assimilare meno rifiuti!
Il risultato è che, prelevando più risorse di quelle che vengono rigenerate, le riserve accumulate in miliardi di anni si esauriscono (pensate solo al petrolio, che è una riserva di energia accumulata in centinaia di milioni di anni, e che noi in meno di un secolo già abbiamo dimezzato!); dall'altra parte, generando più rifiuti di quelli che vengono assimilati, questi si accumulano, danneggiando noi e l'ambiente.
E' vero, riciclare migliora la situazione, ma attenzione: il riciclaggio non è un sostituto dell'ambiente!!!
E questo per la famigerata seconda legge della termodinamica: se possiamo riutilizzare la materia, non siamo capaci, in nessun modo, di riutilizzare l'energia. Ogni passaggio, ogni trasformazione che operiamo sulla materia, perdiamo un po' di energia. Questo va bene finché il totale dell'energia utilizzata e dispersa non supera l'energia che l'ambiente è capace di fissare dalla luce solare nella materia, oltre andiamo in rosso.
Il riciclaggio dà un po' di respiro all'ambiente, diminuendo la quantità di rifiuti che deve smaltire, ma un'economia sostenibile deve anche, e soprattutto, preoccuparsi della quantità di risorse che preleva dal Pianeta.
Un modo per limitarle è migliorare l'efficienza di tutti i nostri processi, cioè sprecare meno energia.
L'altro modo è decrescere.
Se sappiamo che la quantità di risorse che l'ambiente ci da è fissa, come pensiamo di poter svilupparci all'infinito??? Se addirittura sappiamo che siamo già in rosso da decenni, e stiamo addirittura esaurendo le riserve, è indispensabile invertire la tendenza dello sviluppo!!!
E di modi ce ne sono tantissimi, senza necessariamente stare peggio. Prima di tutto, ridurre i passaggi che le risorse subiscono per arrivare a noi. Ad ogni passaggio si sprecano risorse ed energia, quindi meno passaggi ci sono meglio è!
Ok, mi fermo perché altrimenti credo che andrei avanti all'infinito...
Alla prossima, e buona decrescita a tutti!
Sarà che ogni tanto le previsioni ci azzeccano.
Sarà che la prima canzone che abbiamo cantato era "In un giorno di pioggia".
Sarà perché bagnato fa rima con fortunato (ma anche con sfortunato).
Fatto sta che più acqua di così l'ho presa poche volte. Il Challenge era una di queste.
In realtà, siamo partiti da Parma mercoledì mattina con il sole, e siamo tornati a Parma ieri pomeriggio con il sole: è stato tutto il sole che abbiamo visto in tre giorni.
Già ad Auronzo, durante una sosta ufficialmente di un quarto d'ora (che è poi diventata di mezz'ora, con mezzo pranzo allegato) a darci il benvenuto nel Cadore è stata una simpatica pioggerellina. Era gentile però: fine fine, non voleva spaventarci troppo evidentemente.
Si è riproposta, un po' più decisa, un paio d'ore dopo, ma non ha potuto fermare lui, il Boss, l'Onniscente mente botanica dell'Università di Parma, il prof. Marcello Tomaselli, dal declamare il nome di ogni singolo fiorelllino della foresta di Somadida. Ma grazie a lui, ora, anche gli studenti del secondo anno di Scienze Ambientali, del terzo di Biologia Ecologica e del primo di Conservazione della natura sanno che la Cypripedium calceolus, anche detta Scarpetta della Madonna (la Madonna lascia in giro tante cose nei prati italiani!) è la più bella orchidea spontanea d'Italia. E saranno pronti a portarsene via una la prossima volta che la troveranno.
Se poi abbia continuato a cadere tutta la notte, la pioggia, non lo so. Sinceramente, suonando e cantando i Modena o l'Alleluia delle lampadine al caldo dell'albergo, non me ne poteva importare di meno. So solo che il mattino dopo, in Val Visdende, ha voluto darci una tregua. Abbiamo addirittura visto squarci di cielo azzurro: quasi quasi non credevamo ai nostri occhi.
Devo dire che le possibilità didattiche non mancavano, anzi, c'era davvero l'imbarazzo della scelta di quale posizione tenere nel serpentone umano (di una lunghezza variabile a seconda della pendenza della strada e della quantità di specie vegetali davanti alle quali fermarsi): se di fianco al "forestale grosso", vera miniera di scienza boscaiola condita con un pizzico di campanilismo montanaro; o insieme alla giovane forestale bionda nonché campionessa di ski-roller e di cucina con le erbe di montagna, o più in fondo, al seguito di Tomaselli (in questo caso si consiglia block notes, penna e mano svelta).
Essendo tutti universitari, grandi e vaccinati contro il buon senso, la meta della camminata era lasciata grosso modo a discrezione individuale, così che una metà del gruppo, dopo la seconda sosta, decise di aver visto abbastanza montagna e di aver voglia del caro vecchio pullman, mentre gli impavidi restanti affrontarono una difficilissima salita di addirittura una cinquantina di metri di dislivello per - forse - mezzo chilometro di lunghezza fino alla rinomatissima e universalmente conosciuta Malga Campobon, sede di un bivacco dotato di ogni moderna comodità, come stufa a legna, tavolo e panche. La visita (auto)guidata al bivacco durò poco, dato che tregua idrica cessò rapidamente, e il cielo iniziò allegramente la sua opera di innaffiamento.
Devo ammettere, però, di dover ringraziare la pioggia. I pantavento infangati, la Marmot grondante, i guanti fradici, sono ben poco prezzo per un'ora passata a camminare sotto la pioggia cantando De André, i cartoni animati e i bans della scuola materna!
Naturalmente il tornare ogni pomeriggio in un albergo riscaldato e dotato di doccia aiuta molto a sopportare il maltempo. Aiuta ancora di più se è dotato di una vasta cantina e di un sommelier desideroso di far conoscere i suoi gioielli agli ospiti. Credo che la gentilezza del sommelier sia stata ripagata, perché quella sera ho visto molte carte dei vini girare per i tavoli...
Venerdì era il giorno del ritorno, e naturalmente la pioggia non poteva non salutarci vivacemente, mandando a monte la visita per la quale un laureando si era fatto la gita insieme a 4 professori e a gente sconosciuta, e regalandoci un giro turistico alle torbiere (leggasi "Indiana Jones nelle paludi della morte") con tanto di sperimentazione in prima persona di che cosa significa essere uno sfagno (che, per chi non lo sapesse, non è una scrittura errata di "stagno", ma come affinità idrica ci assomiglia molto).
Ora stacco, tra otto ore mi aspetta una bella camminata in montagna. Le previsioni mettono pioggia, naturalmente.
E' come "sono tornato a casa", e vi aspetto là.
E' la risposta alla domanda:
"Could we start again, please?"
Ed è un sì.
Uno di quei sì sorridenti che ti fanno scoppiare in lacrime di gioia.
Dopo la grande avventura, le sfide, le lotte, le paure, e lo stupore per un lieto fine inaspettato, si torna a casa.
Lui è già là: in quel posticino di provincia dove tutto è cominciato. Potrebbe essere Gavazzo, Sasso, il lago Acuto.
E una volta ritrovati tutti insieme, mangiato e bevuto ricordando tutto ciò che è passato,
si riparte: incomincia una nuova avventura.
Mettere al centro il ragazzo significa lasciare che sia lui a decidere il momento migliore per impadronirsi delle briglie (e a quel punto lasciargliele), invece che obbligarlo a ingurgitare l'amaro calice del potere quando non se la sente.Ecco, è quello che non ho mai trovato le parole per dire in Clan.
Penso a quelle situazioni in cui un capo dice, magari a un noviziato: "Ecco, ora tocca a voi. Siete padroni del programma. Scegliete cosa fare quest'anno...". E trascorsi alcuni minuti, davanti al loro imbarazzato e prolungato silenzio, gli vibra la mascella e comincia a inveire: "Ma come. Ora che potete fare cosa volete, non sapete cosa fare?".
Fabio Geda - Proposta educativa 1/2008
Albert Einstein (II reincarnazione)
2. Età:
20 meno qualcosa
3. Età apparente:
20 meno qualcosa
4. Età che vorresti avere:
20 meno qualcosa
5. Fidanzato/a?
Con questa faccia qui???
6. Innamorato?
Me lo chiedo molto spesso
8. Hai animali in casa?
Si. La maggior parte sono intrusi a otto zampe.
9. Cosa cambieresti di te?
Beh se ci fosse un modo rapido, sicuro, semplice, indolore ed economico non mi dispiacerebbe avere un cuore che funzioni in modo decente e due occhi in grado di guardare nella stessa direzione...
11. Per cosa faresti follie?
Ma come, non le faccio già tutti i giorni?
12. Destra o sinistra?
Anche se mezzo acciaccato, ti ricordo che il mio cuore è rosso. E batte a sinistra!
13. Città preferita?
Sinceramente qualsiasi luogo dove vivano più una cinquantina di persone per me è un po' troppo affollato
14. Vacanza ideale?
Preferisco pensare a fare delle belle vacanze reali.
15. Fumi?
L'ultima volta che una sigaretta è entrata in contatto con me, era sotto le mie scarpe.
Non ha fatto una bella fine.
16. Bevi?
Con moderazione
17. E' vero che è una grandissima cazzata fumare?
Oh senti ormai mi sono stufato di dirlo... Che ognuno faccia quel cavolo che gli pare...
Ma già che di veleni ne respiriamo a vagonate, non mi sembra troppo intelligente andarseli anche a cercare.
18. Ti metti il casco?
Solo quando sono in ferrata
19. Cibo che odi:
Quello cucinato male
20. Cibo che ami:
Quello cucinato bene
21. Numero di scarpe:
Lo stesso dei gatti
22.Perchè stai perdendo tempo facendo questo test scemo?
Perché sto cercando di essere più scemo io
23. Il tuo colore preferito:
Rosso. Sangue. Ferrari. Comunismo.
24. Sei uno che ama conquistare o essere conquistato/a?
Se aspetto che mi conquistino, ne passa del tempo...!
25. Quando la/o vedi, la/o guardi sempre o cerchi di ignorarla/o?
Sto attento: con i miei raggi gamma, se la guardo troppo potrebbe disintegrarsi o prendere fuoco.
26. Ti sei mai fatto una canna?
No. Però dicono che non sentirne l'odore è caratteristico dei fumatori abituali.
Sarà per tutte quelle passive che mi sono sorbito!
27. Sei mai scappato di casa?
No. Ma se lo facessi credo che avvertirei.
28. Sei mai andato a un concerto?
Si. Sarebbero stupendi, se solo non ci fosse così tanta civiltà...
30. Ci credi agli alieni?
Saremmo veramente presuntuosi a considerarci i più intelligenti dell'universo.
31. Ai fantasmi?
Boh. Non ne ho mai visto uno.
32. Ai folletti?
Idem come sopra
33. Agli spiriti?
Idem come sopra
34. Hai qualche testimonianza?
Oh ma dirti tre volte che non ne ho mai visti non basta??
35. Il nome con cui ti chiama tua madre:
E difficile capirlo, quando per chiamarsi si urla da un piano all'altro...
36. Dove andavi alle medie:
Nella "scuola del Bronx di Parma", come l'ha definita una volta la Gazza.
Ma preferisco essere cresciuto felice nel Bronx che fighetto da qualche altra parte.
37. Un aggettivo per descriverti:
"Forna" vale anche come aggettivo?
38. I tuoi occhi sono:
in costante dibattito circa la direzione in cui guardare
39. Una cosa che gli altri ti invidiano:
L'innata capacità di prendere voti scandalosamente alti
40. Una cosa su cui gli altri ti criticano:
Il voler avere sempre ragione. Ma si sbagliano.
XDXDXDXDXD...Scherzo!!!
41. Squadra del cuore:
PR2. Al torneo scout di calcio di Noceto.
42. Quanti figli avrai?
Perché porre limiti alla provvidenza?
43. Se nasce femmina,la chiami...?
...con un nome breve e semplice. Tipo Ermenegilda.
No scherzo, Chiara o Sara andrebbero benissimo. Elisa è già di tre sillabe, ma è bello lo stesso.
Elena è sempre di tre sillabe, ma è più scorrevole. Francesca sarebbe bello, ma è troppo lungo.
Laura non mi dispiacerebbe, ma è già il nome di mia sorella.
44. Se nasce maschio,lo chiami...?
Se la femmina è Chiara, senza dubbio Francesco. Però anche Stefano non è male.
Federico e Pietro sono altri due nomi molto validi. Anche Giacomo, se non fosse già quello di mio padre.
Insomma, sono ancora indeciso, ma tanto di tempo ne ho. Sicuramente almeno nove mesi!
45. Se non nasce?
Nasce, nasce... Vedrai che in qualche modo arriva!
46. Il tuo cartone animato preferito?
Beep Beep e Will Coyote!
47. Gusto Bacardi preferito:
Mai bevuto Bacardi in vita mia
48. Hai mai rubato?
Probabile. Ma se è successo stavo guardando da un'altra parte.
49. L'ultimo libro che hai letto?
"Fondamenti di Chimica". Perché io non so studiare, al massimo leggo.
50. Film per cui hai pianto?
Jesus Christ Superstar. E un film sulla battaglia d'Inghilterra (II guerra mondiale).
51. Canzone preferita?
Volta la carta - Fabrizio De André
52. Cosa guardi in lei/lui?
Per prima cosa mi accerto se sia un lui o una lei, poi penserò al resto...
53. Sei felice?
Sì. Infatti credo che il motivo per cui non sono fidanzato sia perché altrimenti la troppa felicità creerebbe un paradosso dimensionale con conseguenze catastrofiche.
54. Sei attualmente innamorato/a?
Ho già risposto. Al punto 6.
55. Qual è la cosa che più ti piace fare a letto?
Dormire
56. Quanto ti senti bello/a?
Troppo
57. Se chiudi gli occhi cosa ti viene in mente?
Che il mondo è più bello ad occhi aperti
58. Vorresti sposarti?
Prima penso alla materia prima, poi si vedrà!
59. A quanti anni?
Ripeto: perché mettere limiti alla provvidenza?
60. Cosa è successo nella tua vita, negli ultimi due mesi?
Oh, poco o niente.
Solo il primo Natale che ho passato in giro a fare regali, il mio primo campo invernale da rover, un capodanno di tre giorni a Santa Giustina di Bardi, una vacanza sulla neve dove ho fatto le mie prime piste sullo snow, una cena di classe in cui ho rivisto i miei compagni delle superiori, la rinuncia a Chamonix per poter studiare, la prima volta in vita mia che ho visto le margherite fiorire e i termometri segnare 24° in gennaio, l'uscita che doveva essere la Partenza di Luchino che si è risolta in due incidenti e un ferito, la mia prima sessione d'esami, dove tra l'altro mi è toccato affrontare Tiripicchio, il primo concerto degli Emily che ho visto, la scoperta di quel bel posto che è il Bacco Verde, il terzo tentativo di Partenza di Luchino, stavolta riuscito, e un'uscita tutta all'insegna del gioco, la caduta del governo... devo continuare?
61. Sei indeciso/a o deciso/a nelle cose che fai?
Decisissimo. Ma solo quando non tocca a me decidere.
62. Da 1 a 10 quanto ti ritieni cattivo?
2. Sono troppo buono. Ma non ho intenzione di migliorare il mio voto. XP
63. Ti conosci bene?
Meglio di quanto conosca gli altri, credo.
64. Quanta auto-stima hai?
Smisuratamente troppa.
65. Dove vorresti essere?
Non che qui stia male, ma non credo mi dispiacerebbe stare spaparanzato a scaldarmi davanti a una stufa in una casetta di legno in montagna, mentre nell'aria si spande il profumo di qualcosa di buono in pentola, e fuori dalla finestra nevica di brutto...
66. Con chi?
Oh non faccio grandi preferenze, ma certo se la compagnia è femminile, simpatica e intelligente non mi dispiace...
67. Cosa desideri più di ogni altra cosa?
Quello che desiderano tutti gli uomini.
...la felicità.
...cosa pensavi, malizioso che non sei altro???
68. Credi nel destino?
Solo se anche lui crede in me
69. Nelle carte?
Solo in quelle da briscola
70. Negli oroscopi?
Si. Anzi ne sono sicuro. Che sono un ottimo modo per spillar soldi.
71. Che ascolti?
Il ronzio delle ventoline del PC
72. Hai più cd originali o più masterizzati?
Ma stai scherzando? Originali, perdinci! Spenderei una fortuna se mettessi su CD tutta la musica che scarico!
73. Meglio il mc'Donalds o la cucina della mamma?
Cucina della nonna
74. Come vedi il tuo futuro?
Aspettando che arrivi
76. Che soddisfazione vorresti prenderti?
Quelle che sarò in grado di prendere
77. Hai un porta fortuna?
No. Ma ho tanti porta-sfiga, se preferisci.
78. Basket o calcio?
Sumo. Coi pollici.
79. Mare o montagna?
Montagna, ovvio. Ho sempre detto che sono un montanaro nato per sbaglio nel bel mezzo della pianura padana.
80. Cane o gatto?
Esseri umani, no eh?
81. Viaggi spesso?
Se viaggiassi un po' di più, potrei anche considerarmi pendolare con destinazione variabile...
82. Quale paese del mondo preferisci?
Ah il mondo è ancora diviso in paesi?
83. Credi nel detto LA DISTANZA UCCIDE L'AMORE?
Credo nel detto "non fidarti dei detti"
85. Rock o pop?
Non è la stessa cosa, ormai?
86. Concerto o discoteca?
Concerto. Meglio ancora se sei sopra il palco.
87. Cosa pensi della droga?
Che ne faccio volentieri a meno
88. Cos'è che ti piace di più del Natale?
I pensieri che ogni tanto mi riesce di regalare. E le montagne di roba buona da mangiare, ovviamente!
89. Preferisci regalare o ricevere regali?
Ricevere il piacere di quelli a cui ho fatto regali...
90. Il regalo più bello che hai ricevuto da Babbo Natale?
La Marmot e il sacco a pelo potente. Però devo reclamare per un grave disservizio, me li sono dovuti andare a prendere io!
91. Un messaggio importante per tutti:
Naa... Ci sono già troppi "messaggi importanti" in giro. Ognuno può scegliere quelli che gli piacciono di più.
92. Come ti reputi (aggettivi)?
Cerco di non reputarmi proprio.
93. Come ti reputano gli altri (aggettivi)?
Saranno ca**i loro.
94. Cosa vorresti essere un domani?
Dio.
No dai scherzo.
Mi accontento di essere suo Figlio.
95. Sceglierai il tuo lavoro per passione o per denaro?
Passione. Non c'è bisogno di troppi soldi per godersi la vita.
96. Hai un tuo "sogno nel cassetto"?
Più che cassetto, magazzino direi.
97. Lo aprirai mai questo cassetto?
Pago una squadra di addetti per portare avanti e indietro i miei pazzi progetti...
98. Ami la tua famiglia?
Mi hanno messo qui al mondo, e fatto diventare quello che sono. Amare credo sia il minimo!
99. Hai intenzione di fartene una un domani?
Non mi dispiacerebbe
100. Conosci le tue più antiche origini?
No, ma non mi risulta che nessun uomo abbia ancora scoperto come è avvenuto il Big Bang.
101. Cosa ne pensi di chi non fuma, non beve, nè ama vestirsi di marca?
Che ha una buona probabililità di vivere sano, semplice e felice.
102. Cosa ne pensi di chi NON fuma, Ma beve e ama vestirsi di marca?
Che saranno ca**i suoi
103. Cos'è per te la morte?
Una nuova sconosciuta avventura
104. Cos'è per te l'amicizia?
Il modo in cui si affrontano le avventure
105. Hai dei valori e degli ideali?
No, guarda. Ho una bandiera della pace come immagine personale solo perché va di moda...
106. Come ti piacerebbe morire?
Io cerco di vivere come mi piacerebbe, lascio volentieri al Padreterno il compito di organizzare la mia morte.
107. Meglio la compagnia o la solitudine?
Compagnia! Ma non tutti in una sola volta, grazie...
108. Sei stato sincero nel rispondere?
Q.B.
Quel 2 agosto 2007, per quei sedici ometti accampati dietro la cappellina del passo Giau, cominciò tutto sommato come ci si aspetterebbe che cominci un normale giorno di route: suono di numerose sveglie prima che qualcuno di decida a uscire dal sacco a pelo, viaggio alla fontana (anzi, alle fontane, vista la quantità di casette fontana-munite nelle immediate vicinanze) per spettegolare dei pettegolezzi della notte e far vedere quanto siamo machi a lavarci con l'acqua gelata nell'aria gelata di una mattina dolomitica; a seguire poi colazione (preparata e gustata con la doverosa flemma di chi ancora si deve svegliare del tutto), e infine smontaggio tende (magari sulla testa di chi non è ancora arrivato alla decisione di uscire dal sacco a pelo).
Ci rendemmo conto, però, che quella non sarebbe stata esattamente una normale giornata di route (come se ne esistessero...), quando raccogliendo gli svariati oggetti dimenticati qua è la, qualcuno si accorse che uno di questi era il nostro CapoClan, vestito come per una spedizione al polo, che si rifugiava dal sole nella sottile fetta d'ombra proiettata dalla cappellina. Con la grande esperienza medica di un affermato perito chimico, gli massacrai il collo nel tentativo di controllare che il cuore facesse il suo dovere, e sentenziai infine (dopo aver desistito nella ricerca della carotide e preso i battiti al polso) che 90 battiti al minuto non erano certo una cosa di cui preoccuparsi. Dopotutto io avevo spesso e volentieri superato i 100, senza per questo essere passato a miglior vita, no?
Ma le mie rassicurazioni non devono essere state una cura efficace, perché il paziente continuava a manifestare incapacità di compiere grandi sforzi (come quello di alzarsi in piedi) o di esporsi ad estreme condizioni ambientali (come la luce solare). Nonostante tutto, rimaneva sempre il nostro CapoClan, e un CapoClan non perde mai la sua autorità: constatato che non era consigliabile mettere alla prova l'invincibilità scout proseguendo la route con il resto del Clan, prese in mano la situazione (ovvero il cellulare) e dopo un'accesa diatriba convinse quelli del 118 che non c'era bisogno dell'elicottero ma bastava un'ambulanza.
L'ambulanza arrivò, guidata da un autista che spense il motore numerose volte nel parcheggio del rifugio, e un infermiere che soffriva il mal d'auto, si infilò nella stradina sterrata che portava verso il nostro accampamento, e caricò il Dani, in qualità di paziente principale, Dede, in qualità di paziente imbucato (il suo stomaco continuava ad essere in sciopero, e non avrebbe certo rifiutato un passaggio gratis all'ospedale), e la Saretta in qualità di CapaClan per Dede, di antinausea per l'infermiere con il mal d'auto, e di infermiera per lo Zivi data l'oggettivo ostacolo all'efficienza del suddetto infermiere.
Sempre la Saretta, in quei concitati istanti di caricamento dell'ambulanza, fece appena in tempo a mollarmi 400 euri e gridarmi un <<Prendete il pullman per Cortinaaa!!>> (che è un po' la versione moderna di <<Fuggite, sciocchi!>>), prima che l'ambulanza si lanciasse nella sua nauseante corsa giù lungo gli innumerevoli tornanti della Val Codalunga.
Fu così che ci trovammo soli, abbandonati dai nostri capiclan, sperduti in mezzo alle montagne - beh, oddio, se si può dire di essere sperduti in un parcheggio su una strada che gareggia con l'A1 in fatto di traffico - e, guarda un po', in 13.
Un po' sperando di negare questa curiosa evidenza, un po' per la tensione che porta ad essere fin troppo prudenti, continuavamo a contarci e ricontarci, fino all'arrivo della corriera, e dei cancheri dell'autista non troppo contento di trovarci, da bravi italiani, ad aspettarlo nel bel mezzo di un tornante.
Per fortuna l'autista era di quella rara specie di autisti simpatici, che ti perdonano subito e, addirittura, se hai una chitarra ti esortano anche a cantare, per rendere un po' meno monotona la tratta che percorrono tutti i santi giorni dell'anno. Noi la chitarra l'avevamo, e anche tanta voglia di cantare: credo di aver sentito di rado il clan cantare con così tanto entusiasmo, per poi piombare in un assoluto silenzio fremente di tensione ogni volta che un cellulare squillava, e infine unico, lungo sospiro di sollievo alla notizia che, almeno, i due ricoverati erano ancora in grado di intendere e di volere.
Il nostro CapoClan, che nonostante tutto rimaneva il CapoClan anche dal letto dell'ospedale, esercitando le sue funzioni a distanza ci comunicò quello che sarebbe stato saggio fare: e cioè proseguire la route, ma saltando una tappa e anticipando l'ultima notte (quella in rifugio) di un giorno, ovvero quella sera stessa. Arrivammo così a Cortina d'Ampezzo, la capitale delle vacanze snob, circondata dalle montagne più fotografate d'Italia e immersa nello smog e nel traffico di una metropoli, e da bravi scout ci piazzammo a bivaccare nel primo parco giochi che ci capitò davanti, a discutere sul da farsi.

Non è mai stato facile discutere sul da farsi, nel nostro Clan. Non lo è mai stato nei lunghi mesi prima delle routes, nella comodità cittadina; non sarebbe certo migliorata la situazione in un parchetto di Cortina, spossati dalle notti in tenda e dallo stress delle ultime ore, e con pochissimo tempo per decidere se prendere la corriera che di lì a poco sarebbe partita per il Falzarego, o quella che ci avrebbe portati verso Parma. Aggiungeteci il rifugio che, nel caso, avremmo dovuto chiamare per anticipare la prenotazione, i soldi che nessuno sapeva se sarebbero bastati o no, l'ultima tappa che avremmo dovuto scegliere se fare a piedi o in funivia, l'alieno che si era stabilito nella fronte della Gio, e potete ben immaginare il caos che regnava sovrano.
Chissà come sarebbe andata a finire se Simo, superato il limite della sopportazione, non si fosse alzato davanti a tutti esclamando <<Basta! Dichiaro qui la fine della route! La fine dell'essenzialità!>>. Non era davanti alle porte di Moria e non aveva detto <<Mellon!>>, ma l'effetto non fu da meno: di colpo un senso di libertà avvolse tutti, e come quando nei cartoni, dopo che supereoe sconfigge il supercattivo, anche la vecchina ritrova la sua gattina Fuffy, riuscimmo ad incastrare tutte le cose - la notte al rifugio fu anticipata, i 900 euri di spesa preventivati per il resto della route vennero trovati (frugando in tutti i portafogli di chi non era stato così ligio all'essenzialità da non portarne), fu presa la corriera per il Falzarego e la funivia per il Lagazuoi.
Lassù, su quella spiaggia di pietra a 2700 metri su un mare di cielo, forse un po' per l'aria rarefatta, forse un po' per il senso di sollievo che viene dal sapere che non ti rimane più niente da dover decidere, non camminavamo nemmeno, saltavamo, correvamo, e i nostri angeli custodi avranno chiesto non so quali aumenti al Boss per essere riusciti a non far cadere nessuno dall'orlo del baratro.Davanti ad una calda cena annaffiata con rosso e amaro Lagazuoi, con le cime rosso fuoco nella luce serale proprio di là dal vetro delle finestre, dopo aver fatto i turisti nei tunnel della Grande Guerra e essersi lavati e scaldati tra le rassicuranti mura del rifugio, non potevamo che ridere di tutto, e in sopra tutto del Dani e di Dede a cui dovevano aver scambiato le cartelle cliniche, dato che il primo, che sembrava aver infilato un piede nella fossa, era stato dimesso, e il secondo per un banale mal di pancia gli era stata appioppata una flebo...
Il risveglio ci portò a gustarci un cappuccino guardando la neve turbinare fuori dalla finestra (il 3 agosto), e dopo qualche partita a carte - dopo una route senza carte causa essenzialità, il mazzo del rifugio fu una vera benedizione - ci imbarcammo, insieme a un gruppo di alpini, sulla prima corsa della funivia, giù verso il passo Falzarego. E lì, stretti su quel vagone appeso a un filo che scompariva nelle nuvole davanti e dietro di noi, con la neve e il vento che fischiava contro le pareti di vetro, cantanto "Al chiaror del mattin" con le nostre voci stonate insieme a quelle potenti degli alpini, terminò la nostra route.
...no, non cadde la funivia, per fortuna.
Credo che anche Signora Sfiga si stesse godendo un cappucino, tra una risata e una briscola insieme alla Dea Bendata.
Racconti d'Estate - Parte III - Giorno 4
Il 1° Agosto 2007 era l'Alba del Centenario degli scout: esattamente cento anni prima Baden-Powell inaugurava sull'isola di Brown Sea il primo Campo Scout.
Quel primo Agosto 2007, ovunque, nel mondo, gli scout si ritrovavano per celebrare quel momento: migliaia di scout di tutte le nazioni, al Jamboree, rinnovavano insieme la loro promessa; a Brownsea, lì sulla stessa isola di cento anni prima, altri scout commemoravano l'evento; a Roma, a Città del Messico, ad Atalanta, a Rio de Janeiro, sul Monte Kenya, a Hong Kong, sul Monte Fuji, a Sidney e in centinaia di altre città del mondo si tenevano grandi celebrazioni.
Anche nella piazzola-parcheggio di qualche ruspetta arugginita di una carraia forestale, nella stretta val Codalunga, poco sopra a Selva di Cadore, una quindicina di ometti in camicia blu (anzi maglione blu, viste le temperature), secondo un fuso orario tutto loro (dovuto alla dilatazione temporale conosciuta come effetto sveglia), e sotto gli occhi incuriositi di un operaio che armeggiava con un carretto a motore, celebravano la loro Alba del Centenario.
Ed è così che cominciava la nostra quarta giornata di route. Giornata che avrebbe segnato (più o meno letteralmente) diversi di noi, oltre che segnare una decisa svolta nel corso degli eventi.
La prima ad essere segnata fu la Gio. Non sappiamo tutt'ora a cosa fosse dovuto, chi tende a minimizzare sostiene un eccesso di sole, altri un eccesso di cremine che avrebbero reagito a vicenda con conseguenze disastrose, ma c'era anche spazio per l'ipotesi Alien o parassiti di qualche genere; fatto sta che, se non sbaglio già dal mattino, si ritrovò con una fronte che faceva a gara col mio bernoccolo del torneo di pallascout.
Ma dato che questa escrescenza cefalica non le limitava né le capacità motorie né (anzi, la potenziava) la capacità di lamentarsi (e tutti sanno che una camminata senza le lamentele della Gio non è una vera camminata), ci incamminammo per quella che, pur se divisa in due tratti dalla pausa pranzo, si prospettava come la salita più dura della route.
Tanti tornanti e tanto sudore dopo, ci giunse la notizia che non ci saremmo nemmeno potuti concedere la pausa pranzo: la corriera che risparmiava quella faticata a Dede e Simo si era dimenticata di lasciarli a metà strada ma li aveva scaricati direttamente alla meta finale della giornata. Pace, ci tenemmo la fame e la sete e continuammo a salire.
Naturalmente cercavamo di evitare di farci tutto il percorso sulla strada asfaltata con le moto che ci sfrecciavano di fianco: quando era possibile, tagliavamo per sentieri, più o meno battuti. Come quando per evitare un tornate ci siamo arrampicati su una parete di erba infangata, e quando finalmente, tra un impropero e l'altro, tutti sono arrivati in cima alla salita, ci siamo accorti di aver saltato proprio il tornante con la fontana.
Quella era una di quelle salite che "fanno selezione": infatti Dede e Simo, appostati nello stretto spazio dell'interno del diciannovesimo tornante della strada per il Passo Giau, quasi del tutto occupato da un casolare in semi-abbandono, ma con il grande pregio di avere una fontana, si sono visti arrivare man mano un camminatore,
poi un altro,poi altri due,
poi un ciclista che non centrava niente ma ogni tanto batteva un cinque a qualcuno,
poi un altro e via così.
E man mano che si arrivava si buttava lo zaino sull'erba e ci si lasciava trascinare dal peso. Per poi spostare tutto all'ombra dopo un minuto e venti secondi, quando il sole cominciava a essere un interlocutore scomodo.
Alla fine per fortuna sono arrivati tutti sani e salvi. Oddio, non esattamente. Salvi, sì, ma non tutti troppo sani: il Dani - si, proprio il nostro supremo Capo Clan già Signore dei Novizi - reduce da una congestione il giorno prima della route, cominciava ad accusare l'aver sostituito i quattro giorni di riposo prescrittigli dai medici con quattro giorni di route.
Probabilmente, nelle sue condizioni, dopo una salita del genere sotto un sole che cuoceva le uova nei nidi, viaggiava da un'allucinazione all'altra senza passare dal via; ma lui era il Capo Clan e non avrebbe certo mollato per una sciocchezuola del genere.
In effetti, amorosamente accudito dalla fidanzata sui prati fioriti in mezzo alle montagne più belle del mondo, magari uno ci prova a stare bene prima di dire "torniamo a casa".
Dopo un pranzo che avrà avuto un impatto ambientale vertiginoso su quel povero fazzoletto di terra e quella povera fontana che si è bevuta tutti i nostri residui organici, ci siamo ammassati in quei 2 mq d'ombra, preparandoci a passare il pomeriggio a guardare i motociclisti passare:arriva una moto, ci guarda, passa.
Arriva una moto, ci guarda, passa.
Arriva una moto, ci guarda, passa.
Arriva una moto, ci guarda, cade.
Il motociclista si alza, si riprende dalla botta, si rimette in sella e riparte.
Arriva una moto, ci guarda, passa.
...
...
E via dicendo.
Credo che Sorby le abbia anche contate. Ricordo qualcosa come un trecento e passa, verso metà pomeriggio.
Sei ore di nullafacenza davanti al cartello "19° tornante" sono state sufficienti per farci venire in mente (almeno ai più svegli) che quello non era un luogo troppo idoneo ad accogliere le nostre tende, così una spedizione partì per individuare un qualche straccio di terreno abbastanza piano e abbastanza largo da permetterci di non chiedere una antieconomica ospitalità al rifugio. La scelta cadde sulla piazzola dietro ad una cappellina nei prati sotto all'Averau, che aveva alcune indispensabili caratteristiche: era ampio appena a sufficienza da farci stare tutte le tende, era circondato da casette ognuna con la sua fontana, ed una siepe tattica lo nascondeva dalla vista del rifugio.
Il trasferimento di armi e bagagli dovette però essere rimandato a sera, causa pattuglia della forestale che decise di farsi un giro da quelle parti proprio quel pomeriggio.
Accertato che la jeep verde mimetico non fosse più in zona, abbiamo finalmente abbandonato il tornate 19, ormai scolpito nella nostra memoria, per piantare le tende sul comodo cemento e ghiaietto delle fondamenta della cappellina. E lì venne segnata la terza persona della giornata: Dede, a cui evidentemente non bastava un ginocchio fuori uso, si ritrovò con lo stomaco in sciopero. E uno stomaco in sciopero magari nel calduccio della casetta di città non è nulla, ma in una tenda a 2000 metri, dopo una giornata sotto il sole, e al freddo della notte dolomitica, non è esattamente il benvenuto.Il Capoclan, visti due membri del Clan in quelle condizioni, e visto che uno dei due membri era proprio il Capoclan, decise che un riposo prolungato sarebbe stato più adatto alle circostanze di un fuoco serale, così i malati e l'infermiera di turno (la Saretta nonché CapaClan) si infilarono nei sacchi a pelo, mentre il resto del Clan rimaneva a far baracca raggomitolati nell'ingresso della cappellina, a terrorizzarsi per ogni coppia di fari sulla strada, chiedendosi se era quella la pattuglia di forestali che avrebbero posto fine alla nostra avventura. Per fortuna ci pensava il Carcio a tranquillizzare tutti, assicurando che avrebbe risolto la cosa con la sua infallibile scenata napoletana o, se il caso era grave, chiamando Zia Conci che sarebbe arrivata in elicottero in men che non si dica e avrebbe fatto vedere le stelle ai malcapitati forestali.
E così terminò la quarta giornata di route, attorno a una cappellina nei prati del passo Giau, tra l'Averau e il Nuvolao (mio padre sostiene si tratti di un'antica colonia sarda sulle Dolomiti).
Riusciranno i nostri eroi a tornare a Parma sani e salvi; o almeno salvi se proprio sani non si può?
La risposta alla prossima puntata!

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