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Di fornaeffe 31/10/2007 22:06:15, in Pagine di diario, 52 visite
Riprendo, dopo una mezza era geologica, il racconto della route.
Riuscirò mai a finirlo?
Racconti d'Estate - Parte III - Giorno 3
E' vero che gli scout sono notoriamente degli zozzoni che si accontentano di poco, e che in route tutto ciò è portato all'estremo, ma anche in queste situazioni di solito la mattina ci si fa un the o un caffé, e ci si lava i denti, come minimo.
Considerato che eravamo in ristrettezze idriche, potevamo anche accontentarci di non lavarci i denti, ma di sicuro nessuno mi avrebbe tolto la mia razione liquida mattutina. Così mi sono diretto al rifugio/albergo/ristorante con due bottigliette, sicuro che almeno un paio di borracce me le avrebbero fatte riempire in bagno. Invece, mi hanno detto di andare ad una sorgente una cinquantina di metri dietro al prato dove ci eravamo messi.
Non so se ero più sconvolto dal fatto che non mi avessero fatto riempire le bottiglie o che avessimo avuto tutto il tempo una sorgente dietro le spalle e nessuno ce l'avesse detto. Ma tutto è bene quel che finisce bene, e almeno la mattina non abbiamo dovuto razionare l'acqua.
Ora, dovete sapere che in route c'è un antichissimo rito della partenza mattuttina, che deve essere sempre rigorosamente rispettato: ogni volta ci si deve porre l'obiettivo fondamentale di partire presto, e si elencano tutte le innumerevoli ragioni per cui ciò non è solo consigliato ma anzi indispensabile, e rigorosamente, ogni volta, si deve partire sempre non mezz'ora, ma almeno un'ora o due oltre l'orario prefissato, accompagnando il tutto da un coro di improperi diretti verso coloro che stanno espletando il loro compito di rallentatori del clan.
Concluso anche quella mattina il rito, ci siamo diretti (lasciando Dede in compagnia di Simo il cui ginocchio non aveva apprezzato la camminata del giorno prima) verso l'imbocco del sentiero che quel giorno avrebbe dovuto sopportare i nostri scarponi.
Vi ricordate che nel racconto della giornata precedente avevo detto che, andando in cerca di acqua, per evitare un tornante ci eravamo lanciati lungo una scarpata spaccaginocchia? Bene, l'imbocco del sentiero era proprio su quel tornante, e proprio all'imbocco del sentiero scoprimmo quella mattina una zampillante fontana.
Avevamo passato 24 ore a razionare l'acqua quando eravamo circondati da fonti d'acqua potabile, e nessuno ce l'aveva detto.
Stufo di dover essere sempre io il cartografo autonominato di clan, ho deciso di affidare per quella giornata questo arduo compito alla Cami. Non l'avessi mai fatto: non aveva ancora preso in mano la cartina che già fiumi di critiche sulla sua incapacità di guidare il Clan (per il solo fatto che fosse una donna, credo) le piovevano addosso da ogni parte... Mah, così va il mondo... Mai prendersi un incarico per molto tempo, o si rischia di non toglierselo più di dosso...
Quel terzo giorno era anche la giornata dedicata agli zingari, e l'attività fondante consisteva nel rubarsi le cose a vicenda: ognuno DOVEVA sottrarre qualcosa ad un prescelto, ignaro compagno di strada. Immaginate quanta fiducia avremo risposto quel giorno negli altri. Da parte mia ho dimostrato la mia grande affidabilità, semplicemente esibendo la mia totale inettitudine nel furto.
Così, tra una sgraffignata e l'altra, siamo discesi lungo ripide piste da sci fin giù a Pescul nella Val Fiorentina, dove da bravi scout in route ci siamo accampati (sinonimo di stravaccati) proprio di fianco alla fontana del paese, sfruttandola come fontana (appunto), come vasca da bagno, come doccia, come lavapiatti e come lavatrice. Una gentilissima coppia della casa di fronte, non so se impietosita dal nostro fare da sfollati, o preoccupata per la tranquillità dei vicini, ci ha caldamente invitato a spostare il nostro accampamento nel loro cortile. Quando abbiamo realizzato che stavano VERAMENTE invitandoci nel loro cortile, abbiamo accettato la cosa con grande gioia, e riempito ogni centimetro quadrato con zaini, moduli, fornellini, pentolini, buste, moke, carte e tutto quello che si può trovare nel posto dove un clan sta effettuando una breve pausa pranzo durante il cammino.
Terminato il pranzo (arricchito anche da gustose pietanze montanare calateci dal balcone dei nostri ospiti), e dopo la sovrabbondante siesta rituale, abbiamo lasciato i due non camminanti a sdebitarsi con gli ospiti spaccando un po' di legna, e siamo ripartiti alla volta di Selva di Cadore.
Tutti sanno che camminare con lo zaino stanca (almeno un po'), e che a far nulla per ore viene la fiacca. Quel giorno abbiamo imparato che l'alternanza di cammino e nullafacenza è veramente mortale. Credo di non essere mai entrato in un supermercato in condizioni peggiori, rispetto a quel giorno a Selva. Mi sentivo come se, mezzo addormentato, comandassi il mio corpo da una remotissima postazione, collegata con una connessione che andava e veniva come un segnale radio disturbato. Forse anche per quello è stata la route in cui ho speso di più per il cibo.
A Selva di Cadore ci trovammo di fronte ad un problema piuttosto scomodo: nessuno si era preoccupato di trovare un posto per la quella notte.
E in un paese costruito sulle pendici di quei colossi che molto più in alto diventano l'Averau e il Nuvolao, gli unici piccoli pezzetti di terreno abbastanza spiani da accogliere delle tende erano tutti giardinetti privati.
In quel frangente, è venuta in nostro soccorso l'esperienza e l'abilità in pubbliche relazioni del nostro Capoclan, che ha individuato, ammansito e convinto il prete del posto a indicarci un luogo non troppo improponibile per passare la notte: il bordo di una strada sterrata appena sopra al paese, raggiungibile scalando (sì, questo è il verbo migliore) un sentiero la cui pendenza lo rendeva assimilabile alle pareti dei normali edifici.
Grazie al nostro spirito di adattamento siamo riusciti a montare (anzi appoggiare, causa terreno decisamente impenetrabile) le tende sulla sottile striscia d'erba che separava la carraia dal bordo del bosco (e dalla tomba di una probabile cagnolina, il cui fantasma per fortuna o per pietà non ha disturbato il nostro sonno), e fare le attività, cucinare, cenare e fare il fuoco tutto su quel metro e mezzo di strada sterrata che avevamo a disposizione. Anche recuperare l'acqua per bere, lavare e lavarsi necessitava di abbondante spirito di adattamento, visto che la fontana di cui disponevamo consisteva in un tubo incrostato di alghe che versava in una vasca immersa nell'erba alta, proprio sul fondo della scarpata erbosa al lato della strada, e per usufrine bisognava stare in equilibrio sullo stretto, bagnato bordo della vasca ricoperto di muschio (tutto il resto era una giungla che poteva nascondere chissà quali orribili minacce).
Ma, si sa, le difficoltà fortificano, e infatti quella serata, animata da una mega gara per nominare l'Uomo e la Donna delle Dolomiti, gara durante la quale nacquero miti intramontabili come JURASSIC PARK, la Pamelona e il velociraptor, fu una serata decisamente esilarante, e alla fine ci infilammo nei nostri giacigli soddisfati. Anche di aver scampato al passaggio di una pattuglia della forestale dalla quale ci ha salvato la promessa solenne che non avremmo più campeggiato. Lì.
Curiosamente, pur avendo tre macchine fotografiche (e vi ricordo le peripezie fatte per averle tutte e tre), sono riuscito a recuperate una sola foto della giornata, decisamente significativa direi:
Riuscirò mai a finirlo?
Racconti d'Estate - Parte III - Giorno 3
E' vero che gli scout sono notoriamente degli zozzoni che si accontentano di poco, e che in route tutto ciò è portato all'estremo, ma anche in queste situazioni di solito la mattina ci si fa un the o un caffé, e ci si lava i denti, come minimo.
Considerato che eravamo in ristrettezze idriche, potevamo anche accontentarci di non lavarci i denti, ma di sicuro nessuno mi avrebbe tolto la mia razione liquida mattutina. Così mi sono diretto al rifugio/albergo/ristorante con due bottigliette, sicuro che almeno un paio di borracce me le avrebbero fatte riempire in bagno. Invece, mi hanno detto di andare ad una sorgente una cinquantina di metri dietro al prato dove ci eravamo messi.
Non so se ero più sconvolto dal fatto che non mi avessero fatto riempire le bottiglie o che avessimo avuto tutto il tempo una sorgente dietro le spalle e nessuno ce l'avesse detto. Ma tutto è bene quel che finisce bene, e almeno la mattina non abbiamo dovuto razionare l'acqua.
Ora, dovete sapere che in route c'è un antichissimo rito della partenza mattuttina, che deve essere sempre rigorosamente rispettato: ogni volta ci si deve porre l'obiettivo fondamentale di partire presto, e si elencano tutte le innumerevoli ragioni per cui ciò non è solo consigliato ma anzi indispensabile, e rigorosamente, ogni volta, si deve partire sempre non mezz'ora, ma almeno un'ora o due oltre l'orario prefissato, accompagnando il tutto da un coro di improperi diretti verso coloro che stanno espletando il loro compito di rallentatori del clan.
Concluso anche quella mattina il rito, ci siamo diretti (lasciando Dede in compagnia di Simo il cui ginocchio non aveva apprezzato la camminata del giorno prima) verso l'imbocco del sentiero che quel giorno avrebbe dovuto sopportare i nostri scarponi.
Vi ricordate che nel racconto della giornata precedente avevo detto che, andando in cerca di acqua, per evitare un tornante ci eravamo lanciati lungo una scarpata spaccaginocchia? Bene, l'imbocco del sentiero era proprio su quel tornante, e proprio all'imbocco del sentiero scoprimmo quella mattina una zampillante fontana.
Avevamo passato 24 ore a razionare l'acqua quando eravamo circondati da fonti d'acqua potabile, e nessuno ce l'aveva detto.
Stufo di dover essere sempre io il cartografo autonominato di clan, ho deciso di affidare per quella giornata questo arduo compito alla Cami. Non l'avessi mai fatto: non aveva ancora preso in mano la cartina che già fiumi di critiche sulla sua incapacità di guidare il Clan (per il solo fatto che fosse una donna, credo) le piovevano addosso da ogni parte... Mah, così va il mondo... Mai prendersi un incarico per molto tempo, o si rischia di non toglierselo più di dosso...
Quel terzo giorno era anche la giornata dedicata agli zingari, e l'attività fondante consisteva nel rubarsi le cose a vicenda: ognuno DOVEVA sottrarre qualcosa ad un prescelto, ignaro compagno di strada. Immaginate quanta fiducia avremo risposto quel giorno negli altri. Da parte mia ho dimostrato la mia grande affidabilità, semplicemente esibendo la mia totale inettitudine nel furto.
Così, tra una sgraffignata e l'altra, siamo discesi lungo ripide piste da sci fin giù a Pescul nella Val Fiorentina, dove da bravi scout in route ci siamo accampati (sinonimo di stravaccati) proprio di fianco alla fontana del paese, sfruttandola come fontana (appunto), come vasca da bagno, come doccia, come lavapiatti e come lavatrice. Una gentilissima coppia della casa di fronte, non so se impietosita dal nostro fare da sfollati, o preoccupata per la tranquillità dei vicini, ci ha caldamente invitato a spostare il nostro accampamento nel loro cortile. Quando abbiamo realizzato che stavano VERAMENTE invitandoci nel loro cortile, abbiamo accettato la cosa con grande gioia, e riempito ogni centimetro quadrato con zaini, moduli, fornellini, pentolini, buste, moke, carte e tutto quello che si può trovare nel posto dove un clan sta effettuando una breve pausa pranzo durante il cammino.
Terminato il pranzo (arricchito anche da gustose pietanze montanare calateci dal balcone dei nostri ospiti), e dopo la sovrabbondante siesta rituale, abbiamo lasciato i due non camminanti a sdebitarsi con gli ospiti spaccando un po' di legna, e siamo ripartiti alla volta di Selva di Cadore.
Tutti sanno che camminare con lo zaino stanca (almeno un po'), e che a far nulla per ore viene la fiacca. Quel giorno abbiamo imparato che l'alternanza di cammino e nullafacenza è veramente mortale. Credo di non essere mai entrato in un supermercato in condizioni peggiori, rispetto a quel giorno a Selva. Mi sentivo come se, mezzo addormentato, comandassi il mio corpo da una remotissima postazione, collegata con una connessione che andava e veniva come un segnale radio disturbato. Forse anche per quello è stata la route in cui ho speso di più per il cibo.
A Selva di Cadore ci trovammo di fronte ad un problema piuttosto scomodo: nessuno si era preoccupato di trovare un posto per la quella notte.
E in un paese costruito sulle pendici di quei colossi che molto più in alto diventano l'Averau e il Nuvolao, gli unici piccoli pezzetti di terreno abbastanza spiani da accogliere delle tende erano tutti giardinetti privati.
In quel frangente, è venuta in nostro soccorso l'esperienza e l'abilità in pubbliche relazioni del nostro Capoclan, che ha individuato, ammansito e convinto il prete del posto a indicarci un luogo non troppo improponibile per passare la notte: il bordo di una strada sterrata appena sopra al paese, raggiungibile scalando (sì, questo è il verbo migliore) un sentiero la cui pendenza lo rendeva assimilabile alle pareti dei normali edifici.
Grazie al nostro spirito di adattamento siamo riusciti a montare (anzi appoggiare, causa terreno decisamente impenetrabile) le tende sulla sottile striscia d'erba che separava la carraia dal bordo del bosco (e dalla tomba di una probabile cagnolina, il cui fantasma per fortuna o per pietà non ha disturbato il nostro sonno), e fare le attività, cucinare, cenare e fare il fuoco tutto su quel metro e mezzo di strada sterrata che avevamo a disposizione. Anche recuperare l'acqua per bere, lavare e lavarsi necessitava di abbondante spirito di adattamento, visto che la fontana di cui disponevamo consisteva in un tubo incrostato di alghe che versava in una vasca immersa nell'erba alta, proprio sul fondo della scarpata erbosa al lato della strada, e per usufrine bisognava stare in equilibrio sullo stretto, bagnato bordo della vasca ricoperto di muschio (tutto il resto era una giungla che poteva nascondere chissà quali orribili minacce).
Ma, si sa, le difficoltà fortificano, e infatti quella serata, animata da una mega gara per nominare l'Uomo e la Donna delle Dolomiti, gara durante la quale nacquero miti intramontabili come JURASSIC PARK, la Pamelona e il velociraptor, fu una serata decisamente esilarante, e alla fine ci infilammo nei nostri giacigli soddisfati. Anche di aver scampato al passaggio di una pattuglia della forestale dalla quale ci ha salvato la promessa solenne che non avremmo più campeggiato. Lì.
Curiosamente, pur avendo tre macchine fotografiche (e vi ricordo le peripezie fatte per averle tutte e tre), sono riuscito a recuperate una sola foto della giornata, decisamente significativa direi:
Di fornaeffe 13/09/2007 21:23:24, in Pagine di diario, 50 visite
(...è una danza che si balla nella latitanza...)
Racconti d'Estate - Parte III - Giorno 2
Riprendo il racconto dei nostro clan in route di ''sopravvivenza'' da dove l'avevo lasciato: a dormire nel campeggio di Palafavera.
Non è che ricordi molto della mattina, probabilmente perché appena svegli, nell'aria gelata, con la colazione da preparare, gli zaini da fare e le tende da smontare, almeno il cervello chiede di essere lasciato un po' in pace.
I neuroni della memoria hanno ricominciato a funzionare appena usciti dal campeggio, in ricordo del quale ci siamo approppriati di grandi quantità di simpatici adesivi della civetta-mascotte della valle. Quel giorno avevamo una tappa tutto sommato breve, in teoria, ma ammetto che mi sono preoccupato un po' alle esclamazioni di "Oddio, lassù? No, ma è troppo lontano!" riferite al luogo scelto per le lodi: una collinetta alta tre metri dall'altra parte della strada.
Visto che la teoria e la pratica raramente vanno d'amore e d'accordo, la tappa di quel giorno non fu troppo breve, sia perché il sentiero scelto seguiva grosso modo una linea retta verso la cima del Pelmo, sia perché a metà salita la Gio si accorge di essersi dimenticata come si fa a respirare.
Alla fine, merito anche di una lunga pausa che nessuno aveva intenzione di interrompere, siamo arrivati con un'ora di ritardo alla Staulanza, dove il povero Dede si girava i pollici da quando la corriera in una decina di minuti gli aveva risparmiato quelle poche centinaia di metri di dislivello che a noi erano costati tre ore e mezza.
Il primo problema da risolvere fu l'acqua: nonostante fossimo nella zona più piovosa d'Italia, nonostante fossimo davanti a un'importante strada di comunicazione, nel grande rifugio/albergo/ristorante Staulanza non avevano acqua da darci. Nemmeno per riempire due borracce da mezzo litro.
Così, mentre i capi riflettevano sull'opportunità di smuovere gli albergatori con l'odore del vile denaro, io, Simo e Dede (i due con il ginocchio fuori uso) ci siamo lanciati in una spedizione lungo una ripa spaccaginocchia alla ricerca di una fontana. La prima che trovammo era asciutta, la seconda era in una malga al cui padrone, da quello che ci ha fatto capire, avrebbe avuto tutti i migliori motivi per non farci bere, ma ci ha comunque lasciato fare, a patto che facessimo in silenzio e in fretta.
Peccato che la malga fosse almeno 50 metri di dislivello sotto al prato dove tutto il clan era spaparanzato, così dopo essere tornati a riferire abbiamo organizzato un efficace mezzo di trasporto acqua addobbando Popo con tutte le borracce del clan.
Risolto il problema acqua, ci accorgemmo che, camminando solo la mattina, al pomeriggio non c'era nulla da fare. Ma proprio NULLA da fare. Per fortuna la noiosa routine tra prendere il sole e girarsi i pollici è stata spezzata da una scoperta che ci confortò anche solo come dimostrazione che non eravamo gli unici perennemente colpiti dalla sfiga: una coppia di turisti si erano accorti che la loro macchina si era chiusa, lasciando loro fuori e le chiavi dentro.
Erano riusciti ad aprire di qualche centimetro il finestrino davanti: non che servisse molto, visto che le chiavi erano nel baule. Da bravi scout, abbiamo cercato di dare una mano, anzi letteralmente infilare una mano per la loro causa, cercando di aprire la porta sbloccando il bottoncino che serve ad aprire le porte chiuse. Quella macchina però aveva un ottimo sistema antifurto: se si chiudeva, non si apriva nemmeno con i bottoncini che dovrebbero aprirla.
Stavamo per dare la partita come persa, quando il trio io Simo e Dede (mente, abilità e bella presenza) decise di lanciarsi in un'impresa tanto assurda quanto impossibile: "pescare" le chiavi, passando dalla fessura del finestrino davanti fino nel baule, con una canna improvvisata da un picchetto legato con lo scotch a un palo della tenda. Contro ogni previsione, ma d'altronde come ogni impresa impossibile e assurda, riuscì perfettamente.
Ci fruttò anche l'eterna gratitudine dei turisti e un pezzo di torta ai frutti di bosco, che venne divorata da tutto il clan in un tempo che si potrebbe misurare in una manciata di oscillazioni della radiazione dell'atomo di cesio.
La sera, al momento di trovare posto per le nostre tende, dopo aver constatato l'irraggiungibilità delle caverne della prima guerra mondiale, decidemmo di non sforzare troppo le nostre gambe e ci spostammo di qualche decina di metri da dove ci eravamo spaparanzati a mezzogiorno, sfrattando qualche coppietta che si godeva la pace della montagna sui resti delle fortificazioni del passo.
Ah ecco, mi stavo quasi dimenticando l'attività-clue della giornata. Dovete sapere che, essendo il tema di quella giornata "i barboni", e non contenti di aver già lasciato a casa tutto il lasciabile per via dell'essenzialità, la regola per la giornata era: si possono usare solo 15 oggetti, compresa la roba da mangiare e i vestiti indossati.
Peccato che, come per l'essenzialità, dopo qualche ora ci eravamo dimenticati del tutto dei quindici oggetti, e ce ne ricordammo solo al fuoco serale dove vennero puntati ad un grande, divertente, violento e improvvisato "casinò dei barboni".
Alla fine, anche la sera si concluse felicemente con una spontanea veglia alle stelle, alle nuvole passeggere e al freddo pinguino che tra un po' ci assiderava.
Racconti d'Estate - Parte III - Giorno 2
Riprendo il racconto dei nostro clan in route di ''sopravvivenza'' da dove l'avevo lasciato: a dormire nel campeggio di Palafavera.
Non è che ricordi molto della mattina, probabilmente perché appena svegli, nell'aria gelata, con la colazione da preparare, gli zaini da fare e le tende da smontare, almeno il cervello chiede di essere lasciato un po' in pace.
I neuroni della memoria hanno ricominciato a funzionare appena usciti dal campeggio, in ricordo del quale ci siamo approppriati di grandi quantità di simpatici adesivi della civetta-mascotte della valle. Quel giorno avevamo una tappa tutto sommato breve, in teoria, ma ammetto che mi sono preoccupato un po' alle esclamazioni di "Oddio, lassù? No, ma è troppo lontano!" riferite al luogo scelto per le lodi: una collinetta alta tre metri dall'altra parte della strada.
Visto che la teoria e la pratica raramente vanno d'amore e d'accordo, la tappa di quel giorno non fu troppo breve, sia perché il sentiero scelto seguiva grosso modo una linea retta verso la cima del Pelmo, sia perché a metà salita la Gio si accorge di essersi dimenticata come si fa a respirare.
Alla fine, merito anche di una lunga pausa che nessuno aveva intenzione di interrompere, siamo arrivati con un'ora di ritardo alla Staulanza, dove il povero Dede si girava i pollici da quando la corriera in una decina di minuti gli aveva risparmiato quelle poche centinaia di metri di dislivello che a noi erano costati tre ore e mezza.
Il primo problema da risolvere fu l'acqua: nonostante fossimo nella zona più piovosa d'Italia, nonostante fossimo davanti a un'importante strada di comunicazione, nel grande rifugio/albergo/ristorante Staulanza non avevano acqua da darci. Nemmeno per riempire due borracce da mezzo litro.
Così, mentre i capi riflettevano sull'opportunità di smuovere gli albergatori con l'odore del vile denaro, io, Simo e Dede (i due con il ginocchio fuori uso) ci siamo lanciati in una spedizione lungo una ripa spaccaginocchia alla ricerca di una fontana. La prima che trovammo era asciutta, la seconda era in una malga al cui padrone, da quello che ci ha fatto capire, avrebbe avuto tutti i migliori motivi per non farci bere, ma ci ha comunque lasciato fare, a patto che facessimo in silenzio e in fretta.
Peccato che la malga fosse almeno 50 metri di dislivello sotto al prato dove tutto il clan era spaparanzato, così dopo essere tornati a riferire abbiamo organizzato un efficace mezzo di trasporto acqua addobbando Popo con tutte le borracce del clan.
Risolto il problema acqua, ci accorgemmo che, camminando solo la mattina, al pomeriggio non c'era nulla da fare. Ma proprio NULLA da fare. Per fortuna la noiosa routine tra prendere il sole e girarsi i pollici è stata spezzata da una scoperta che ci confortò anche solo come dimostrazione che non eravamo gli unici perennemente colpiti dalla sfiga: una coppia di turisti si erano accorti che la loro macchina si era chiusa, lasciando loro fuori e le chiavi dentro.
Erano riusciti ad aprire di qualche centimetro il finestrino davanti: non che servisse molto, visto che le chiavi erano nel baule. Da bravi scout, abbiamo cercato di dare una mano, anzi letteralmente infilare una mano per la loro causa, cercando di aprire la porta sbloccando il bottoncino che serve ad aprire le porte chiuse. Quella macchina però aveva un ottimo sistema antifurto: se si chiudeva, non si apriva nemmeno con i bottoncini che dovrebbero aprirla.
Stavamo per dare la partita come persa, quando il trio io Simo e Dede (mente, abilità e bella presenza) decise di lanciarsi in un'impresa tanto assurda quanto impossibile: "pescare" le chiavi, passando dalla fessura del finestrino davanti fino nel baule, con una canna improvvisata da un picchetto legato con lo scotch a un palo della tenda. Contro ogni previsione, ma d'altronde come ogni impresa impossibile e assurda, riuscì perfettamente.
Ci fruttò anche l'eterna gratitudine dei turisti e un pezzo di torta ai frutti di bosco, che venne divorata da tutto il clan in un tempo che si potrebbe misurare in una manciata di oscillazioni della radiazione dell'atomo di cesio.
La sera, al momento di trovare posto per le nostre tende, dopo aver constatato l'irraggiungibilità delle caverne della prima guerra mondiale, decidemmo di non sforzare troppo le nostre gambe e ci spostammo di qualche decina di metri da dove ci eravamo spaparanzati a mezzogiorno, sfrattando qualche coppietta che si godeva la pace della montagna sui resti delle fortificazioni del passo.
Ah ecco, mi stavo quasi dimenticando l'attività-clue della giornata. Dovete sapere che, essendo il tema di quella giornata "i barboni", e non contenti di aver già lasciato a casa tutto il lasciabile per via dell'essenzialità, la regola per la giornata era: si possono usare solo 15 oggetti, compresa la roba da mangiare e i vestiti indossati.
Peccato che, come per l'essenzialità, dopo qualche ora ci eravamo dimenticati del tutto dei quindici oggetti, e ce ne ricordammo solo al fuoco serale dove vennero puntati ad un grande, divertente, violento e improvvisato "casinò dei barboni".
Alla fine, anche la sera si concluse felicemente con una spontanea veglia alle stelle, alle nuvole passeggere e al freddo pinguino che tra un po' ci assiderava.
Di fornaeffe 04/09/2007 21:52:44, in Pagine di diario, 67 visite
Racconti d'Estate - Parte III - Giorno I
Era il 29 luglio, la mattina di domenica 29 luglio, alla stazione di Parma, e finalmente partivamo.
Già solo decidere quella route era stato un parto.
Primo problema: in teoria dovevamo fare un capitolo sulla sopravvivenza durante l'anno.
Peccato che Signora Sfiga, che sempre ci segue e ci accompagna, ci abbia messo lo zampino, e l'anno se ne sia andato nell'organizzazione di un torneo di pallascout e della tortafrtittata di gruppo.
Noi, testardi, abbiamo deciso di trasformare il capitolo nel tema della route.
Secondo problema: due ginocchia fuori uso. Quindi di un bel survival challenge non se ne poteva parlare.
Nemmeno un campo fisso, roba da reparto. All'inizio mi era sembrata una buona idea, ma col senno di poi ci saremmo suicidati di noia.
Una sera saltò fuori l'idea della canoa, e iniziò così un lungo, tormentato periodo fatto di riunioni passate a trovare tutti i problemi possibili per quel tipo di route, e alla fine di ogni riunione rendersi conto che era l'unica idea buona che avevamo. Fino a che non ci siamo accorti che tre settimane prima della route era un decisamente troppo tardi per decidere di fare una route in canoa.
Alla fine abbiamo ripiegato su una route di cammino leggera sulle Dolomiti, organizzata in modo che chi non camminava ci avrebbe seguito in pullman e impianti di risalita.
A quel punto è cominciata una nuova, infinita tiritera su come avremmo dovuto vivere la sopravvivenza: alla fine, fondamentalmente, ci sarebbe stata una lista di cose indispensabili da portare, e ognuno aveva un limitato numero di cosiddetti extra. Quali oggetti fossero indispensabili e quanti fossero gli extra, è stato lungamente oggetto di dibattito (è curioso quanto possano essere lunghe tre settimane...). Si andava da chi proponeva un extra, e non più di tre paia di mutande come indispensabili, a chi negli oggetti indispensabili inseriva numerose paia di scarpe o la itta della Gio (l'equivalente di quello che per un bambino è il pelouche con cui dorme).
Così finalmente quella mattina, anche se nonostante l'essenzialità gli zaini pesavano più del solito, anche se c'era gente i cui extra non si contavano sulle dita di due mani, anche se io l'Anna e Sorby eravamo riusciti a spendere una cifra esorbitante per una altrettanto esorbitante quantità di cibo (sempre in tema di essenzialità...), e anche se l'Anna ci aveva tirato bidone all'ultimo minuto (lasciandoci quindi navigare nel cibo), beh, potevamo almeno dire che avevamo finito di organizzare la route.
Ah, che illusi.
Era preventivato che il viaggio fosse lungo.Infatti fu ancora più lungo.
Sul primo treno, nulla di terribile. Cominciava a farsi sentire la mancanza delle carte (lasciate a casa per essenzialità), ma a parte quello tutto tranquillo, anzi abbiamo avuto occasione di intrattenerci in interessanti discussioni, rigorosamente vietate ai minori di 18 anni.
Persino a Bologna ci siamo meravigliati della fortuna di avere il treno successivo sulla stessa pensilina dove ci ha scaricati il primo.
Ma Signora Sfiga era sempre con noi, e ci ha fatto sentire il suo tocco non appena, a Padova, abbiamo cambiato di nuovo prendendo il treno per Longarone: la Fara aveva lasciato la macchina fotografica digitale, comprata il giorno prima, sul treno per Venezia. Subito dopo ci accorgiamo che la corriera che avremmo dovuto prendere una volta a Longarone passava solo nei giorni feriali. Ovviamente era domenica. Inoltre, non prendendo quella corriera avremmo anche perso la Messa, programmata nel paesino dove saremmo arrivati.
Ma, si sa, lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà, così abbiamo preso quelle notizie con qualche risata e, per la macchina fotografica, abbiamo avvertito un controllore che ha provveduto a contattare i suoi colleghi dell'altro treno.
Probabilmente quel giorno Signora Sfiga e la Dea Bendata hanno fatto a pugni, perché poco dopo è arrivata la risposta: avevano trovato la macchina, l'avrebbero caricata sul primo treno per Belluno.
Così, per risolvere i nostri problemi e rispondere alle urla dei nostri stomaci, siamo scesi a Belluno, dove dopo un pranzo accampati nell'aiuola davanti alla stazione (dopo aver fatto scappare gli altri barboni che la occupavano) abbiamo mandato in esplorazione due prodi esploratori a cercare una messa compatibile con i nostri orari. Probabilmente la Dea Bendata e Signora Sfiga avevano raggiunto una tregua che prevedeva il recupero della macchina della Fara ma l'assenza di messe nelle chiese bellunesi prima delle sette di sera.
Noi fino alle sette di sera non potevamo aspettare, perché la corriera per Longarone partiva ben prima, così rinunciammo alla Messa. Tutto quello che successe nei giorni successivi (dei quali racconterò in futuro), molto probabilmente fu una punizione divina per questo atto blasfemo. O semplicemente fu Signora Sfiga che aveva gioco facile su un avversario cieco.
Una (per fortuna ultima) lunga pausa di cambio pullman a Longarone ci ha permesso di lanciare la route con la prima attività, un mini-deserto sparsi su una mega terrazza con vista sul Vajont (che fosse anche quello un minaccioso segno della Sfiga?). Poi, finalmente, l'ultimo, lungo tratto su una enorme corriera che si inerpicava sulla stretta stradina a strapiombo sulla Val di Zoldo, fino ad arrivare alla nostra destinazione, Palafavera.La prima cosa di cui ci siamo accorti scendendo dal pullman, è che pioveva. La seconda che nello zaino di Popo il detersivo era esploso e il formaggio si era stufato di rimanere allo stato solido.
Gli scout, si sa, sono anche economi (bel modo per dire tirchi), e pur di non pagare l'ingresso al campeggio abbiamo chiesto ospitalità a un vicino campo dell'Azione Cattolica. Devo aver sbagliato a presentarmi come scout, ma almeno il campeggio si è rivelato valere abbondantemente il suo prezzo.
Alla fine, dopo una lunghissima giornata di viaggio, abbiamo potuto cenare con un pasto caldo e scaldare i corpi e gli animi al fuoco di bivacco, terminato quando da una roulotte vicina si è levato un violento e sanguinario "BASTA!!! SONO LE UNDICI!!!". Anche la grigia Signora ha voluto darci la buonanotte: il fornellino della Fara non accettava le bombole normali, ma solo bombole formato mignon, così una tripletta ha dovuto mendicare un fornello per la cena; inoltre l'Anna rimanendo a casa si era tenuta anche una delle tende di Clan: a pagarne le spese sono state le donne e, a turno, uno degli uomini, costretti a schiacciarsi come sardine in tende sottodimensionate.
[...il resto alla prossima puntata!]
[P.S. le immagini sono tutte scattate con la fatidica macchina!]
[P.S. le immagini sono tutte scattate con la fatidica macchina!]
Di fornaeffe 27/08/2007 22:10:06, in Pagine di diario, 48 visite
Racconti d'estate - Parte II
E' passato solo un mese e 4 giorni, ma mi sembra passato un anno da quella mattina del 23 agosto quando mi sono trovato là, davanti all'ingresso del San Leonardo, io, mia madre e il cannone, e nessun altro intorno. In anticipo, naturalmente.
Il senso di essere completamente fuori luogo si sciolse quando un'altra macchina si infilò nella stradina depositando il Carcio e il suo zaino. Almeno, se anche avessi sbagliato il posto, non sarei stato il solo.
Dopo un quarto d'ora buono di attesa, scoprimmo che effettivamente avevamo sbagliato il posto, ma solo di un centinaio di metri: dall'altra parte della chiesa gli altri stavano cominciando ad ammassare fuori dal garage le montagne di materiale da caricare sui camioncini.
A proposito delle montagne di roba, man mano che le caricavamo sul furgoncino mi domandavo quanta cavolo di roba servisse per un campo. Non so se sono io che ricordo male, se è il PR2 che ha usanze diverse dal PR5, o se era perché non avevamo fatto nessun precampo, ma io non ricordo che ci fossero mai voluti un camioncino, un pick-up e un fuoristrada per portare su cibarie, tendame e casse varie (contando che non avevamo né un palo né un'asse, tutta roba che avremmo trovato là).
Quando, dopo aver finito tutto il caricaggio del furgoncino, dopo aver fissato tutti gli oggetti penzolanti con tecniche più o meno ortodosse, dopo aver legato tutto con accurati quanto improbabili giochi di corde, ci siamo accorti che c'erano ancora fuori una mezza dozzina di pianali che sarebbero dovuti essere caricati prima di tutto il resto, mi sono 'improvvisamente accorto' che il pullman stava per partire, e ho lasciato che fossero i rimasti a occuparsi di quella 'piccola' questione.
Il viaggio, che si preannunciava lungo e massacrante, è invece filato liscio come l'olio, almeno fino a Tredozio. Lì abbiamo scoperto che la frazione di San Valentino, nostra meta, aveva la spiacevole caratteristica, oltre a non comparire nel navigatore satellitare dell'autista, di non essere raggiungibili da mezzi pesanti più di 2 tonnellate, o più lunghi di 9 m. E il pullman era una bestia di 11 metri e una dozzina di tonnellate.
Così ci siamo ritrovati come un branco di puffi deportati ad affollare la banchina della fermata dell'autobus appena fuori da Tredozio, a 7 km e tanto sole dalla nostra meta.
Curioso scherzo del caso, proprio in quel momento è passato un camioncino carico di pali che era, guarda caso, proprio del simpatico signore che stava venendo a portarci i pali per il campo. Il simpatico signore e io abbiamo intrattenuto una lunga e piacevole discussione sul fatto che lui era finalmente venuto lì, che aveva i pali, che voleva sapere chi era quella ragazza che l'aveva chiamato dicendo che lui avrebbe dovuto essere su alle 11 mentre lui era lì adesso all'una, che sì in effetti però prima aveva detto che sarebbe stato lì alle 11, ma che si era dimenticato, che potevamo caricare qualche zaino sul furgone, ma che voleva che qualche responsabile venisse su con lui, e che voleva che arrivasse la cassa perché senza soldi non si ragiona, eccetera eccetera eccetera.
Tutto questo fermi su un ponticello largo 10 cm più del camioncino. Almeno finché una macchina di passaggio non ci ha costretti a spostare la nostra chiacchierata qualche metro più avanti.
Alla fine ho lasciato andare il Carcio in compagnia del simpatico signore, la Monia è rimasta sulla banchina a fare da guardiana agli zaini, e l'Ila, io e i ragazzi ci siamo incamminati sulla strada, destinazione San Valentino. Ed è così che abbiamo fatto conoscenza con la prima delle quasi onnipresenti 'piaghe' che ci avrebbero fatto compagnia durante il campo: il sole.
Dopo le prime curve in ripida salita, ci siamo accorti di non aver detto ai ragazzi di prendere su le borracce. Abbiamo liquidato la questione con un "va beh, tanto non dovrebbero servirci".
Dopo un po' abbiamo cominciato a chiederci se avremmo trovato una fontana.
Dopo un altro po' mi sono lanciato in avanscopera per vedere se la fontana segnata sulla carta funzionava ancora...
...di ritorno dal sopralluogo, ai ragazzi non ho detto nulla per non provocare il panico.
Ad un certo punto, abbiamo deciso che, appena passavano le macchine a caricare gli zaini, gli avremmo chiesto di portarci dell'acqua.
Quando siamo arrivati alla prima casa, non abbiamo nemmeno fatto in tempo a dire "Bussate per chiedere se ci possono dare dell'acqua" che almeno una ventina di ragazzi erano già ammassati contro una fontanella nel giardino.
A quel punto, abbiamo deciso che non c'era nessun bisogno di proseguire a piedi, e abbiamo pazientemente atteso che i cambu ci venissero a prendere in macchina.
Raggiunto il campo, dopo un primo tratto scarrozzati dalla neopatentata Martina con la sua Aygo ancora pulita, e un secondo entusiasmante rally sul cassone del furgoncino, con tanto di giro turistico per le ripidissime carraie dei monti faentini causa strada sbagliata, abbiamo incontrato la seconda terribile piaga: i rovi. Il campo era una lunga, larga salita al sole piena di rovi.Il primo giorno è stato dedicato alla sistemazione dell'indispensabile per superare il primo giorno di campo, ovvero la cambusa, le tende e le amache, e a recuperare altri pali e assi dalla sede del gruppo scout di Modigliana. Io, in compagnia della sezione maschile della cambusa (il Gio e Rocco), ci siamo offerti volontari per la seconda missione. Era uno sporco, faticosissimo lavoro tirare fuori 40 assi di 4 metri e otto tronchi d'albero da uno stretto, polveroso magazzino pieno di qualsiasi cianfrusaglia, ma almeno ci ha permesso di berci due litri di Estathé a testa.
---
Il secondo giorno è stato il giorno del vento.
Appena alzati, il cielo non prometteva nulla di buono, ma i lavori di allestimento del campo sono proceduti normalmente.
E' stato alla fine dello spostamento della Montana dalla posizione provvisoria a quella definitiva che ci siamo accorti che il vento avrebbe potuto essere un problema, quando entrando dentro alla tenda montata ci si accorgeva dei pali che, sotto la forza della tenda che faceva da vela, avevano preso la forma dell'arco pronto a scoccare.
Mentre ci ingegnavamo su un sistema per riparare alla mancanza di quasi tutti gli elastici per legare la tenda alla paleria in modo decente, è arrivata la notizia della prima vittima: il sovrattelo delle Volpi non aveva retto alla furia del vento.
Giusto il tempo di raggiungere la cima della collina, dove stava l'angolo Volpi, constatare i danni e tornare giù, ed ecco che là, su quel balcone di terra affacciato sulla valle che è l'angolo dei Puma, si vede un grande aquilone verde svolazzante rincorso da diverse figure agitate intente a frenare il suo volo, accompagnando il tentativo con urla non troppo consoni a un bravo scout cortese. Seconda vittima del vento.
Vento che, ovviamente, dopo aver strappato due sovratteli e fatto spostare due angoli per ragioni di sicurezza, se n'è andato soddisfatto e non si è fatto più sentire per il resto del campo.
In compenso, è arrivata, pian piano, la terza piaga: le vespe.
All'inizio erano pochissime. Una o due, ogni tanto.
Poi qualcuna deve aver dato la notizia, all'alveare, che su in cima alla collina c'era il paese dei balocchi. Ed è cominciata l'invasione.
In tenda materiale cominciava a formarsi la fila di ragazzi bisognosi di dopo-puntura all'ammoniaca: chi con una puntura, chi con due o tre, chi sembrava colpito dalla varicella.
La cambusa era protetta dalla trappola partorita dal genio di Rocco: un pozzo alla marmellata che mieteva ogni giorno decine di vittime.
Ma tutto questo può considerarsi ordinaria amministrazione, in un campo di reparto.
Quello a cui non eravamo preparati, era
la Casa del Terrore, ovvero "Non ditelo ai ragazzi!"
dovete sapere che, a un chilometro o due dal campo c'era, appunto, San Valentino, che consisteva semplicemente in una solitaria chiesa in mezzo al bosco con annessa canonica/casa scout. Questa casa era la nostra riserva di cibi deperibili (essendo dotata di frigo), e sarebbe poi stata la casa del branco, quando la settimana successiva ci avrebbero raggiunto anche i lupetti.
Vederla dall'esterno sembrava una normale, vecchia casa. Al massimo dava un'aria un po' strana il giardinetto alberato davanti, dal cui terreno ogni tanto sbucava un vecchio selciato in pietra, e uno strano crocifisso che (dicono) ti si parava davanti appena giravi l'angolo (ma io l'angolo non l'ho mai girato, e il crocifisso non l'ho mai visto).
Le cose davvero inquietanti sono cominciate con la prima visita dei cambusieri all'interno della casa: una casa enorme, piena di stanze e di strani rumori, con una scala buia che scende a un vastissimo piano sotteraneo, con una falce appesa al muro, un forno a cui viene spontaneamente da aggiungere l'aggettivo "crematorio", una porta ad arco sbarrata da un cancello di ferro con le punte, e dietro uno stanzone pieno di tronchi...
Ecco, in questo posto accogliente, si narra che il Gio e Rocco stavano leggendo ad alta voce una targa, posta nell'ingresso di fianco a una foto di gruppo con tanto di ragazza dalla faccia deformata, che raccontava di un gruppo di partigiani nascosti in questa casa, che rimasero qui a lungo finché i nazisti non li scovarono e li massacrarono, e concludeva con la frase lapidaria: "ma l'ombra del partigiano rimarrà per sempre in questa casa".
Nel momento stesso in cui leggevano ad alta voce questa frase, un topo attraverò di corsa una stanza davanti alla Martina, lì di fianco a loro, che lanciò un urlo terrorizzato: il risultato è che in men che non si dica tutti e tre erano fuori dalla casa.
La spirale del mistero naturalmente non si poteva fermare qua.
Durante i miei viaggi alla ricerca di un posticino ameno che potesse sopperire alla mancanza di una tenda nera, avevo scovato, proprio di fianco al nostro campo, un minuscolo, misterioso campo di grano in mezzo al bosco, affacciato su un dirupo, con dei rami staccati curiosamente messi di traverso tra gli alberi, un piccolo capanno mimetizzato con rami secchi, e tre croci di ferro che spuntavano in mezzo alle spighe.
Mentre ipotizzavamo chi potesse essere seppellito in quell'inusuale cimitero, i nostri animi vennero scossi da un inspiegabile ritrovamento di un sacchetto con cibo putrescente in mezzo alla nostra riserva di cibo nella casa. Ci chiedevamo come diavolo potesse essere finito lì, visto che prima non c'era, nessuno di noi ce l'aveva messo e la casa era sempre chiusa a chiave.
Il culmine lo raggiungemmo la sera in cui tre squadriglie di un reparto accampato dall'altra parte della valle vennero nella nostra zona in hike. In teoria solo una squadriglia avrebbe dovuto fermarsi a dormire da noi: una si sarebbe fermata più avanti, e l'altra si sarebbe accampata... proprio davanti alla casa.
Tutto sembrava andare normalmente, quando, dopocena, vediamo arrivare dalla stradina che porta alla casa le ragazze, senza zaini, in lacrime. Si erano allontanate per un attimo lasciando gli zaini davanti alla casa, e al loro ritorno tutta li avevano trovati aperti e sparsi tutt'intorno.
A quel punto è stato il delirio. Ci siamo tenuti quasi seri appena il tempo di dire alla squadriglia che avrebbero dormito qua stanotte, e che i cambu avrebbero recuperato i loro zaini, poi anche la staff è andata completamente nel panico. La Franci che girava con le mani nei capelli, Miki e Fede che si muovevano sempre in coppia e armati, l'Ila che se non aveva sempre tutti a portata di vista andava in crisi, io che avevo tanta adrenalina nel sangue che ormai ero convintissimo di essere dotato di superpoteri.
In preda al delirio più totale, quei momenti in cui rotoli in terra dal ridere e dalla paura, abbiamo deciso che in realtà le ragazze di quella squadriglia erano fantasmi, i loro corpi erano sepolti giù nel cimitero del campo di grano, e che erano qui per assaltarci di notte e renderci tutti come loro.
Capite bene che poi quella notte lì, dopo il fuoco, quando abbiamo visto due ragazze di quella sq aggirarsi in modo incomprensibile per il campo, muovendo una torcia senza una chiara logica, e adducendo come unica spiegazione che "una ragazza aveva mal di stomaco", beh, non ci siamo sentiti troppo a nostro agio.
...
Come è andata a finire, non lo so.Io e il Carcio ce ne siamo andati il 27, causa partenza per la route, dimenticandoci di lasciare al campo le fotocopie delle cartine per i ride dopo che l'originale era diventato introvabile. Comunque sia i ride gli hanno fatti, quindi in qualche modo ce l'hanno cavata.
So solo che, più di una settimana dopo, addirittura dopo la route, siamo andati a trovarli al loro ritorno a Parma, e c'erano tutti.
Tutti tranne la Franci.
(che arrivava dopo perché si era scordata le chiavi!!!)
Di fornaeffe 18/08/2007 20:42:13, in Pagine di diario, 75 visite
Racconti dell'estate - parte I
Non ero troppo preoccupato per l'orale di Fisica Generale II del mattino dopo, il 19 luglio.
O, almeno, non avevo nessunissima voglia di mettermi a ripassare (ovvero dare una seconda occhiata alle pagine di wikipedia, visto che non mi sono mai preso la briga di comprare il libro).
Era molto più entusiasmante pensare che di lì a tre giorni sarebbe cominciato il campo estivo. Il mio primo campo estivo da rover, finalmente un campo estivo dopo lunghi anni senza stringere una legatura fino a tatuarsi le mani con la corda o sentir echeggiare per il campo "Pentoleincambusaaa!!!".
Già che mi ero perso il pomeriggio di allenamento montaggio tende di staff con annesso servizio fotografico e bagno in piscina, volevo assolutamente dimostrare al mondo che anch'io contribuivo alla preparazione di questo campo, così mi sono lanciato nella costruzione del cannone: oggetto assolutamente essenziale per l'ambientazione piratesca scelta, soprattutto se viene usato solo una volta, e per giunta nel buio più totale.
Passai il pomeriggio a progettare, ottenendo una bozza molto approssimativa dato che non avevo idea di che pezzi avrei potuto trovare in giro. Ma ero pieno di speranza: legno ne avevo in abbondanza in casa, e in teoria avrei dovuto essere capace di tagliarlo; roba da ferramenta sapevo dove comprarla, e avevo l'ingenua convinzione che i tubi di plastica di diametri sui 12 - 15 cm te li tirassero dietro in qualunque garage/negozio/brico/cantiere e simili.
Il giorno dopo, reduce da un 28 e "il ragazzo ragiona splendidamente, ma il libro non l'ha nemmeno guardato", sono partito per un giro di perlustrazione con destinazione Ghirardi/Brico.
Sono tornato con due notizie per me stesso, una buona e una cattiva: la buona era che Ghirardi aveva prezzi più bassi del Brico su tutti gli articoli di ferramenta che mi servivano, la cattiva era che i tubi di plastica di diametri sui 12 - 15 cm non te li tirano affatto dietro. Anzi al brico per un metro di tubo devi spendere come minimo 6 o 7 euro.
Poche cose riescono a stressarmi di più di girare per negozi; inoltre la sera avevo l'ultima imperdibile staff di preparazione al campo, così ho rimandato gli acquisti al giorno successivo.
Non avevo però pensato che il giorno successivo era un sabato.
E Ghirardi chiude al sabato.
Così mi sono presentato al Brico con un progetto dettagliatissimo (persino i diametri e le lunghezze delle viti, mi ero segnato), che contava una quantità esorbitante di gaffette, carrucole, catenine, piastre e compagnia bella, che probabilmente se le avessi comprate tutte al Brico avrei messo in pericolo le mie finanze personali (che in realtà già traballano se ho voglia di gelato, ma fa lo stesso).
Ho deciso di ingegnarmi, e ho cominciato a inventarmi dei modi per eliminare pezzi dal progetto, scoprendo che un sacco di componenti erano totalmente inutili e sarebbe stato molto più semplice risolvere, ad esempio, con qualche foro nel legno.
Alla fine sono uscito dal Brico con in mano una frazione infinitesima dell'iniziale lista della spesa, e per giunta di quello che avevo comprato, una buona metà non l'ho nemmeno utilizzata.
Rimaneva però un problema: non avevo il tubo (naturalmente non avevo sborsato 7 euro per un fottuto tubo di plastica). E considerato che il tubo era la canna del cannone, era un problema discretamente grosso.
Comunque, sempre fiducioso nella provvidenza, mi sono avviato verso un cantiere di fianco a casa mia. In un cantiere avranno sicuramente tonnellate di grossi tubi di plastica da buttare, pensavo.
Infatti, dopo aver scomodato tutti gli operai prima di trovare il capocantiere, ho scoperto che era così.
Peccato però che li avessero già buttati tutti. Il giorno prima.
Ho cominciato a girare per la città in macchina come un assatanato, destinazione un non meglio specificato ingrosso di materiale edilizio nelle vicinanze dell'Highlander.
Vedevo tubi ovunque. Non avevo mai guardato con così tanta attenzione l'arredo urbano di Parma prima di allora. Ogni singolo oggetto di forma allungata attirava il mio sguardo, e mi domandavo se qualcuno di quelli avesse mai potuto fare al caso mio.
Poi, arrivato in via Spezia, li ho visti. Decine, centinaia di tubi di plastica. Non erano solo quello che cercavo: erano esattamente quello che avevo pensato la prima volta che mi era venuto in mente di ricavare un cannone da un tubo di plastica.
Ma il cancello inesorabilmente chiuso sembrava deridermi.
Anzi, stava chiaramente sghignazzandomi in faccia, lo sentivo benissimo.
Sconsolato, ho ripreso la macchina, tornando verso casa nella sera ormai inoltrata.
Meditavo di un possibile furto notturno all'ingrosso edile, pensado chi avrei potuto assoldare come complici, quando sono ripassato accanto al cantiere.
Per sfizio, ho voluto scendere e dare un'occhiata. Gli operai se n'erano andati ormai.
Quando ho visto quel tubo sporco, mezzo sepolto dalle macerie contro la righiera, mi sentivo come il protagonista di una favola quando leggi le parole "e tutti vissero felici e contenti".
In quel momento, era tutto ciò che desideravo dalla vita.
Un tubo di plastica diametro 110 mm.
La domenica è stato il giorno del lavoro manuale: di buon mattino, in bici con metro in tasca e seghetto in mano, sono andato al caniere e mi sono impossessato di quello strabenedettissimo tubo;poi ho aperto il garage e mi sono preparato per una lunga, intensa giornata di fatica.
Finché si è trattato di tagliare dei materassini e incollarli al tubo, è stato facile.
Me la sono cavata anche quando si è trattato di tagliare le forme squadrate del sostegno con il segehetto alternativo: faticoso, ma semplice.
I guai sono arrivato con i tagli circolari.
Non mi ero mai chiesto prima come cavolo si facesse a tagliare il legno a cerchi. Per fortuna mio padre sa tutto e mi ha mostrato l'ennesimo gioiellino della nostra officina: una buffa punta di trapano che sembra un compasso e incide cerchi fino anche a una ventina di cm di diametro. Peccato che oltre a essere utilissima sia anche difficilissima da usare, soprattutto se il pezzo che devi tagliare ha un buco al centro che ti costringe a fare improbabili incastri con pezzi di scarto e fogli di cartone.
A fare la scanalatura nella camera di scoppio del cannone in modo che si infilasse sul tubo, ce l'ho cavata. Ma quando, accingendomi a tagliare la prima ruota, la lama della punta-compasso è schizzata via rimbalzando numerose volte sulle pareti dell'officina, ho deciso che non era il caso di rischiare la vita (o la vista) per qualche stupida ruota.
Così ho imbracciato il seghetto alternativo, e che le ruote si scantino se non sono perfettamente circolari.
Chili di trucioli e litri di sudore dopo, a fine giornata il cannone era finito.
O meglio, diciamo che così sembrava un cannone e non avevo nessuna voglia di aumentare ancora la somiglianza. Così, soddisfatto, ho potuto dedicarmi alle ultime cosette. Del tipo organizzare la route, cenare (alle 10 e mezza di sera), fare da zero lo zaino per il campo e preparare i ride per le squadriglie.
Che il cannone fosse già mezzo rotto il primo giorno di campo, che perdesse ovunque le ruote non mi importava.
Non mi importava nemmeno che la Monia avesse fatto senza problemi 50 e passa dobloni usando la stessa stramaledetta punta da trapano, e io ero a malapena riuscito a tracciare una scanalatura in un pezzo di legno, ustionandomi anche il dito nel togliere i trucioli dalla punta incandescente.
Nemmeno che quel giocattolone sarebbe stato usato poco o nulla.
Mi importava solo che l'avevo fatto io, l'avevo finito.
Ero felice, e mi bastava.
Di fornaeffe 09/07/2007 21:52:41, in Le cose belle della vita, 77 visite

Chi dice che il mondo di oggi è un mondo difficile?
Che "oggi più di ieri è difficile trovare dei valori"..?
Che i giovani non hanno sogni, non hanno ideali..?
Ebbene io vi dico che le sfide difficili sono proprio le più belle da superare!
Che la sfida più grande è saper vivere insieme!
Che noi giovani di oggi abbiamo abbastanza sogni, abbastanza ideali e abbastanza forza per essere non solo uomini, ma eroi!
Che "oggi più di ieri è difficile trovare dei valori"..?
Che i giovani non hanno sogni, non hanno ideali..?
Ebbene io vi dico che le sfide difficili sono proprio le più belle da superare!
Che la sfida più grande è saper vivere insieme!
Che noi giovani di oggi abbiamo abbastanza sogni, abbastanza ideali e abbastanza forza per essere non solo uomini, ma eroi!
Di fornaeffe 15/06/2007 20:17:11, in Le cose belle della vita, 52 visite
Ogni sentiero porta ad una meta;
se non portasse da nessuna parte,
se fosse solo un sentiero infinito,
che senso avrebbe percorrerlo?
Noi siamo sentieri
che s'intrecciano nel mondo,
siamo le mille strade
che solcano la mappa della storia.
Il valore di un sentiero
non sta nella sua lunghezza,
ma nella vetta a cui esso conduce;
così come il senso di ogni vetta
sta nella strada fatta per raggiungerla.
se non portasse da nessuna parte,
se fosse solo un sentiero infinito,
che senso avrebbe percorrerlo?
Noi siamo sentieri
che s'intrecciano nel mondo,
siamo le mille strade
che solcano la mappa della storia.
Il valore di un sentiero
non sta nella sua lunghezza,
ma nella vetta a cui esso conduce;
così come il senso di ogni vetta
sta nella strada fatta per raggiungerla.
Di fornaeffe 16/05/2007 20:47:56, in Pagine di diario, 34 visite

Ogni cosa ha il suo posto, il suo perché, il suo senso.
Possibile che solo noi non riusciamo a trovare il nostro?
Possibile che solo noi non riusciamo a trovare il nostro?
Di fornaeffe 26/04/2007 12:14:31, in Le cose belle della vita, 40 visite
Mai stuzzicare le mucche
Mai stuzzicare il pastore delle mucche
Scarpone comodo non si cambia
Con le vesciche si cammina male
Non raccogliere stelle alpine in presenza di estranei
Non chiedere mai il "posto dei funghi"
Non dare mai indicazioni sul "posto dei funghi"
Controllare sempre di non essere pedinati se andate nel "posto dei funghi"
Mai fare il passo più lungo della gamba
Mai partire con le gambe in spalla
La montagna non si prende "sotto gamba"
Non superare i 20 kg di merenda nello zaino
Nascondere bene la cioccolata nello zaino
Ricordarsi lo zaino
La sbronza di grappa di pino quando la senti è già troppo tardi
La vipera è come la grappa di pino
Anche il Guardiaboschi ha il binocolo
Anche i camosci hanno il binocolo
Anche il bosco ha occhi
Tenetevi stretto il binocolo
Cantando passa quasi tutto
Da una delle mie più belle magliette
Di fornaeffe 22/04/2007 11:56:02, in Le cose belle della vita, 54 visite
Il Signore aveva bisogno di un capo per condurre il suo popolo,
scelse un vecchio. Allora Abramo si alzò.
Aveva bisogno di una roccia sicura per le fondamenta della sua chiesa,
scelse un traditore. Pietro allora si alzò.
Aveva bisogno di un viso per parlare agli uomini del suo amore,
scelse una prostituta. Maria Maddalena si alzò.
Aveva bisogno di un testimone per gridare il suo messaggio in tutti gli angoli della terra,
scelse il suo persecutore e Paolo di Tarso si alzò.
Aveva bisogno di insegnare agli uomini la semplicità nella povertà ,scelse un ricco, e Francesco si alzò.Aveva bisogno di far sognare ai ragazzi un mondo di pace e di fratellanza mondiale,
scelse un generale e Baden Powell si alzò.
Il Signore Gesù ha bisogno di uomini e donne, di tutti. Ti ha scelto.
anche se tremi, puoi non alzarti?
Letto, piaciuto, pensato e riscritto da http://gloriafoxi.spaces.live.com/

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