E ora che si avvicina il momento di salutare questa tappa e incamminarsi su quella nuova, voglio lasciare il mio grazie per l'anno più bello di questi 22 e mezzo che ho vissuto.
E un grazie a Sasso che questo mio anno ha visto nascere, e che dopodomani dovrebbe veder concludere. Grazie alla cucina di sasso, alla neve, alla pista Sasso-Magrignano, a tutti quelli che da Sasso ci sono passati, che ci sono cresciuti, che l'hanno fatto crescere.
E anche alle montagne più belle del mondo, che l'ultima volta che le ho viste ero sulla barella di un'ambulanza sperando che l'allarme tachicardia dell'ECG smettesse di suonare... Ma grazie anche a questi momenti, che sono quelli che danno un senso alla vita!!
Alla Cascina, e a tutti quelli che ci stanno, ci studiano, ci mangiano, ci passano, ci vivono... Ai miei compagni di corso, ma non solo di corso: di camminate, di disavventure sulle Alpi Apuane, di giornate in mezzo al vento e all'acqua del Taro, di pomeriggi a cercare funghi, di viaggi di laurea.
E un grazie molto, molto speciale ai miei tre compagni di strada, alle nostre strane primavere e alla nostra laurea insieme nel più bel giorno di settembre.
E anche al Branco meraviglioso che ha cacciato quest'anno, al CdA che ora potrà dire che a Cervia c'era, alla staff migliore che ci sia: a voi che avete lasciato una traccia profonda nel cuore di Hathi. Al pane fatto dai lupetti, al Quidditch, alla cambusa con le canzoni di Tiziano Ferro, ai giochi notturni, a tutti i semi che un giorno, spero, faranno di questi lupi degli uomini e delle donne capaci di amare.
Un grazie anche al reparto, alla carraia spaccamacchine, alla Giuma e al "trans agonistico"... E anche, e soprattuto, ai ragazzi.
E quest'anno, una grande fetta del mio cuore è dedicata all'Abruzzo.
Senza dubbio a Piazza d'Armi, ad una settimana in tenda comando, tra i computer, le radio e le chiavi, ai volontari della segreteria e dell'Info Point.
Ma prima ancora, alla Pasqua a Piànola. Alla squadra che funzona, alle tende e ai container dentro al campo da calcio, alla scuola e al mercatino, e soprattutto ai bambini e ai ragazzi di Piànola. Spero che quello che abbiamo fatto in quella settimana siano semi in più per far crescere il loro futuro.
Per me, se è il tempo speso per la tua rosa che la rende così importante, una settimana è davvero tanto, tantissimo tempo.
E infine, grazie ai miei compagni di un CFM che ufficialmente è finito il 13 dicembre 2008, ma che in qualche modo continua a Bologna, Rimini, a casa della Mami e... dove vorrà il Signore che incontri di nuovo quelle persone speciali!
Grazie, anche a tutti quelli che non riesco a ringraziare in queste righe, perchè per raccontare un anno ci vorrebbe, dopotutto, un anno intero!!
Non è tutto perfetto, non è tutto come vorrei, e non sono riuscito a fare tutto quello che avrei voluto, o come avrei voluto.
Ma senza dubbio quest'anno è stato meglio dei precedenti.
Che possa essere peggio di quello che viene, per tutti!!!
Buon 2010!!!
- Entrate, entrate pure, ma mi sa che vi dovrete accontentare...
Purtroppo è così che va il mondo, sono i grandi della terra, là nei loro palazzi placcati d'oro, che fanno la storia a seconda di cosa vogliono mangiare la sera o chi si vogliono portare a letto.
Noi poveracci ci diamo da fare per fare il bene, ma tanto, che importanza ha? -

Forze armate e privatizzate
di Gianluca Di Feo
Tutta la gestione della Difesa passa in mano a una società per azioni. Che spenderà oltre 3 miliardi l'anno agli ordini di La Russa. Così un ministero smette di essere pubblico
Le forze armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No: è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria, che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Così, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d'amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell'opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio: lo smantellamento dello Stato. "Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all'Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d'affari", chiosa il senatore pd Gianpiero Scanu.
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d'amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l'ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili 'da valorizzare' pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d'ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli! enti lo cali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta 'zona militare', utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di 'sponsorizzazioni'. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l'immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. "In diciotto mesi la maggioranza non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all'ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la riforma", spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa: "I tagli alla Difesa sono un dato oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria".
Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest'ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi. La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un'altra spa: due entità alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono gli amministratori. All'orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan degli anni Settanta. Ricordate? 'L'imperialismo del complesso industriale-militare'. Un fantasma che improvvisamente si materializza nell'opera del governo Berlusconi.

Il tramonto come un fiume di luce che si infilava sotto una coperta di nuvole scendendo giù per la valtaro.
L'odore della carne grigliata sotto la bassa volta di pietra, come se fossimo cacciatori preistorici al riparo nella loro caverna.
L'entusiasmo del PR5 e di giovani capi con le idee chiare.
La forza di una Messa cantata e suonata e, finalmente, sentita vivere anche nei dettagli.
Ho portato a casa solo quattro foto da quest'uscita capi di zona, e queste piccole cose.
Ecchissene se l'assemblea è pesa, se vecchi capi hanno voglia di rompere le scatole, se tra adulti non ci parliamo più dei ragazzi, se in appena 24 ore non c'è stato il tempo di conoscere neanche una parte di quelli che avrei voluto conoscere.
Sono contento, e vorrei davvero che non ci dimenticassimo che abbiamo bisogno di gioia come i ragazzi.

Da lontano, è un curioso bottone piazzato a metà dell'appennino reggiano.
Da vicino, le pareti verticali sembrano un pezzo di Alpi Apunane emigrato in mezzo a colline che con loro centrano poco o nulla.
Se ripercorri la sua storia, ti troverai in un mare Adriatico di 15 milioni di anni fa, sulla bassa piattaforma poco oltre la costa dei giovani Appennini, che pian piano si sollevano dal mare, scrollandosi di dosso frammenti di pietra che vengono erosi dalle pioggie e portati lungo i torrenti. Brevi torrenti che si gettano qui, dove in questo mare basso ricco di vita bivalvi e coralli crescono in abbondanza, e si mescolano con la sabbia che viene dai fiumi formando quell'impasto che poi, sotto il peso dei suoi cento metri, dell'acqua e forse di altra sabbia, diventa un crostone rigido e pesante di quella che oggi è la pietra di cui è fatta, appunto la Pietra.
Questo pesante crostone, però, poggia su un cuscino di molli marne, a picco sulla scarpata che conduce sul fondo di un bacino sottomarino, e tutto questo sull'irrequieto dorso dei futuri Appennini che ancora devono emergere. La pietra quindi si crepa, si spezza, e in parte scivola giù lungo la scarpata, finché solo una parte simile a una solitaria nave rimane unita, quando alla fine viene sollevata sopra il livello del mare.
Ed è così che è giunta fino ai nostri giorni, perdendo qua e là qualche pezzo che continua a staccarsi dalle pareti a picco, o lentamente divorata dal gelo durante le ultime ere glaciali.

D'altra parte, una giornata come questa vale senza dubbio più di una settimana di lezioni in aula.
Perché toccare le cose che vuoi conoscere, camminarci sopra, sentirtici dentro è qualcosa di più che studiare, ma anche e soprattutto perché ti da l'entusiasmo di fare che ti serve ad andare avanti.
E poi, mangiando un panino affacciati sulle colline bagnate dalla nebbia, ti conosci molto di più che in un aula del dipartimento di scienze della terra!

Sono io che ti porto al lavoro o a scuola
Che muovo le tue auto, i tuoi treni, i tuoi aerei
Io che scaldo la tua casa, che illumino le tue notti
Io che spingo i tuoi carri armati, le tue ambulanze.
Sono io la tua giacca, la tua penna, la tua medicina
l'asfalto delle tue strade, il gioco dei tuoi bambini.
Sono la droga della tua società,
sono la spinta che ti ha sollevato dalla povertà.
Guardami: non sono il Male,
non sono nemmeno il Bene.
Ricorda, Uomo,
che sono le tue scelte
che fanno la differenza
tra il male e il bene.
di Barbara Spinelli* - 25 ottobre 2009
Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.
E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne. Il diritto a giocare con le leggi come il dittatore-Charlot gioca con il mappamondo: a considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e legislature. Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza cui tende ogni potere che non trovi davanti a sé un limite.
Sono anni che ci interroghiamo su questo male che non viene estirpato – la mafia, la mafia che senza la politica non vivrebbe – e che prolifera nelle condizioni che ho descritto: in particolare ci interroghiamo sulla lunga storia italiana di trattative fra una parte dello Stato e la malavita, con poteri più o meno occulti che mediano fra due potenze facendone due entità paragonabili, dotate di diritti analoghi e di analoga forza d’influenza. Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere".
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Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di formulare domande su noi stessi e sul nostro paese. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre del 1974 a proposito delle trame eversive e dei golpe tentati in Italia, che in realtà:
Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi. Sappiamo che le trattative sono esistite, e si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004. Sappiano che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando davanti ai nostri occhi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta, anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare il potere della malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori che, per essersi lungamente compromessi con la malavita organizzata, per aver conquistato e mantenuto il potere con il suo ausilio, non dovrebbero essere chiamati coi nomi, nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.
Tutte queste cose, come avviene nei paesi che son vissuti o vivono sotto il giogo di un potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di parlare, di denunciare, di testimoniare, e non solo di parlare ma di rimboccarsi le maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi voi dell’associazione LIBERA, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, ben sapendo di essere mortalmente minacciata, gli orrori e le torture della guerra russa contro i ceceni.
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Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch'io vedrò e ascolterò nell'esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev'essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”.
Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità, al delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nel riscrivere il giuramento, nel trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare. Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier. I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre gli oscuri patteggiamenti fra Stato e mafia, e lascia senza protezione le loro vittime. I medici dicono, denunciano pubblicamente, danno alle cose un nome, e su questa base agiscono.
Senza di voi, sarebbe davvero difficile parlare senza vergogna dell’Italia, per chi vive fuori di essa. Tanto più difficile quando quasi tutti i suoi politici e tanti giornalisti esitano perfino a pronunciare la parola – Italia – e s’ostinano a usare il termine “questo paese”, con un certo sprezzo. La guarigione comincia anche con l’abbandono di vocaboli così elusivi. Smettiamo di dire a ogni passo “questo paese” invece di: Italia. Quando dico questo paese prendo distanza da esso, mi sento meno responsabile. Non servo il suo Stato ma me ne servo, facendolo coincidere con “quel paese lì”, che se ne sta lontano da me.
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C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.
La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in altre nazioni, l’abitare che diventa ingrato, aleatorio, brutto, perché la costruzione delle case avviene in fretta, con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro, procurato da mafia e camorra. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.
Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza. Per ora abbiamo una certa idea dell’Italia e della legalità e della lotta alla mafia. Ma se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile. Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate. Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione. Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.
Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell'ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”. Per questo corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza. Di disimparare l’arte che Nando Dalla Chiesa ha spiegato così bene, in questi Stati Generali dell’antimafia: l’arte che consiste nel rispondere allo sfondamento avversario con il presidio, l’accerchiamento, e il contrattacco.
Tratto da Antimafia 2000

- No, guarda su, Fratellino, - ripeté Baloo. - Non c'è da vergognarsi di questa caccia. Quando il miele è mangiato, noi abbandoniamo l'alveare vuoto.
- Quando è mutata la pelle non possiamo rientrarci di nuovo. E' la Legge - disse Kaa.
- Ascoltami, mio prediletto, - disse Baloo - Qui non c'è né parola né volontà che possa trattenerti. Guarda su! Chi può chieder ragioni al Signore della Giungla? Io t'ho visto giocare fra quei sassolini bianchi, quando tu eri un piccolo ranocchio e Bagheera, che ti riscattò per il prezzo d'un giovane toro ucciso allora, ti vide pure. Noi due soli rimaniamo di quelli che assistettero al tuo Esame; poiché Raksha, la tua madre di tana, è morta come pure tuo padre di tana. I vecchi lupi del Branco sono morti da un pezzo; tu sai dove andò Shere Khan, e Akela morì fra i dholes, dove se non fosse stata la tua sapienza e la tua forza anche il Secondo Branco di Seeonee sarebbe morto. Non ci restano che vecchie ossa. Non è più il Cucciolo d'Uomo che chiede il permesso al Branco, ma il Signore della Giungla che muta la sua strada. Chi può chiedere ragione all'Uomo di quel che fa?
- Ma Bagheera ed il Toro che mi riscattarono, - disse Mowgli - Io non vorrei...
Le sue parole furono interrotte da un ruggito e da uno schianto nella boscaglia di sotto, e Bagheera apparve agile, forte e terribile come sempre.
- Proprio per questo - disse, allungando una zampa gocciolante - non sono venuto. E' stata una caccia lunga, ma esso giace morto tra i cespugli; un toro di due anni, il Toro che ti riscatta, Fratellino. Tutti i debiti sono pagati adesso. In quanto al resto, la mia parola è quella di Baloo. - E leccò un piede di Mowgli. - Ricordati che Bagheera ti ha amato, - esclamò e balzò via. Ai piedi della collina gridò ancora forte e a lungo: - Buona caccia sulla nuova traccia, o Signore della Giungla! Ricordati che Bagheera ti ha voluto bene.
- Hai udito? - disse Baloo. - Non c'è altro. Va' ora, ma prima vieni da me, piccolo Ranocchio giudizioso, vieni da me.
- E' doloroso mutare la pelle, - disse Kaa mentre Mowgli singhiozzava e singhiozzava con la testa sulla spalla dell'orso cieco e le braccia intorno al suo collo, mentre Baloo cercava debolmente di leccargli i piedi.
Saggezza, Forza e Cortesia:
il Favore della Giungla vi accompagni.

E se le singole gocce d'inchiostro si spargono e schizzano lungo la traccia delle lettere, che si avvolge su se stessa, si piega, si interrompe e riprende, come un labirinto maya lo si capisce dall'alto.
E questa pagina che si chiude mi piace, mi piace davvero. Mi lascia con due lacrime ai bordi degli occhi.
Prego Lui che sfoglia questo libro, che queste persone non si dimentichino quanto valgono - perché valgono tanto, tantissimo -, e sappiano far fiorire quella storia meravigliosa che stanno scrivendo.

Ha dello straordinario, questo mondo.
Nel modo in cui ti sa stupire, nel modo in cui ti lega agli altri.
C'è un pizzico di divino nel sole di oggi, c'è un pizzico di eternità in certi abbracci.
Ho una voglia immensa di amare questo mondo meraviglioso, e soprattutto queste persone meravigliose.
Sono ricco di tutti i pezzi di cuore che mi sono stati dati, simbolicamente e concretamente. Sono ricco di tutte le persone che mi hanno voluto bene, e anche di quelle che non l'hanno fatto, credo.
E domani, è una nuova canzone.
Sull'effetto serra, le idee non ce le ho molto chiare nemmeno io che studio Scienze Ambientali, quindi immagino che ci siano molti altri messi peggio.
Una cosa, però, penso sia abbastanza chiara a quasi tutti: il protagonista principale di questo "effetto serra" è il carbonio in una sua forma ossidata, comunemente chiamata anidride carbonica, o biossido di carbonio, o semplicemente CO2.
Perché mai? Perché questo simpatico composto ha la capacità di essere perfettamente trasparente alla luce visibile (a meno che non siate fumatori incalliti, non vedete nessun fumo nero di solito uscire dalle vostre bocche...), mentre è discretamente abile nell'assorbire i raggi infrarossi.
Quindi tutta l'energia che il sole manda sulla terra sotto forma di luce visibile, passa indisturbata attraverso l'atmosfera, scaldando la terra.
La terra, così scaldata, comincia ad emettere raggi infrarossi per liberarsi dell'energia di troppo (e meno male, altrimenti non dureremmo a lungo).
Peccato che questi vengano assorbiti dall'anidride carbonica dell'atmosfera, che si scalda anche lei, e ne riemette in tutte le direzioni: un po' si disperdono nello spazio, un po' ritornano sulla terra, e ricomincia il giro.
Risultato: che la terra, per riuscire a buttar fuori tanta energia quanto il sole gliene fornisce (e quindi, avere una temperatura costante) deve essere un po' più calda di quello che le basterebbe se non ci fosse la CO2.
La domanda principale, quindi diventa: perché c'è la CO2 nell'atmosfera? O meglio, l'uomo sta modificando questa quantità? E la risposta è tutt'altro che semplice...
Voglio quindi coinvolgere anche chi vorrà leggere, in un breve "tour" lungo le strade che il carbonio percorre attraverso il nostro pianeta.
Cominciamo da tanto, tanto tempo fa, quando ancora la vita era solo una improbabile favola che gli asteroidi mamma raccontavano ai loro figlioletti per farli dormire... Dov'era il carbonio a quei tempi? Nell'aria!
E proprio sotto forma della nostra "amata" CO2, che ai tempi poteva scorrazzare libera e felice senza il timore di essere catturata da qualche pericolosa creatura autotrofa. (oddio, non era proprio tutta nell'atmosfera, ma quella che ci interessa, era lì)
Provate a immaginare... Tutta l'atmosfera, che oggi è fatta quasi esclusivamente da azoto e ossigeno, era tutta (o quasi) anidride carbonica. E oggi, nell'atmosfera, di anidride carbonica ce n'è lo 0,03%.
Chi è che, allora, l'ha fatta sparire? E soprattutto, dove ha messo tutto quel carbonio?
Di solito, a scuola, insegnano che la colpa è tutta della fotosintesi: in pratica, che le alghe e le piante, una volta evolutesi, abbiano man mano intrappolato tutta l'anidride carbonica dell'atmosfera, facendone il materiale organico di cui sono formati tutti i viventi.
Peccato che così, contando tutto il carbonio presente negli organismi viventi (2 volte quello presente in atmsofera), e tutto quello che era vivente, ma poi è stato seppellito sotto terra, diventando carbone, petrolio o metano, si spiega solo un quinto di tutto il carbonio presente nella crosta.
Tutto il resto dov'è?
Ecco, se non è sopra di noi, se non è dentro di noi (o attorno)... Sarà sotto di noi!
Infatti, la maggior parte del carbonio è proprio nelle rocce, nei carbonati: calcari, marmi, dolomite... Eh sì, proprio le montagne più belle del mondo non sono che la punta di un iceberg formato da immensi ammassi di carbonati, sotto i nostri piedi.
Ma allora, tutto quel carbonio, come c'è finito nelle rocce?
Una parte è semplicemente precipitato (in senso chimico, non è che l'aereo su cui viaggiava ha avuto un'avaria): l'anidride carbonica si scioglie volentierissimo in acqua, e lì, se trova un po' di calcio, o magnesio, o compagnia bella, forma i carbonati, che sono insolubili, e si depositano sul fondo del mare.
Ma una gran parte è finita nelle rocce perché ci è stata messa. Non dall'uomo, perché esiste da troppo poco tempo (e forse non sarebbe né abbastanza furbo né abbastanza paziente da farlo), ma piccoli organismi che hanno cambiato la faccia della terra, ma che oggi sono di solito degni di attenzione solo in qualche acquario: i coralli (e altri organismi che ai coralli assomigliano, ma chi non è molto pignolo li può considerare coralli...).
Questi piccolissimi muratori, nei corsi degli anni, anzi secoli, anzi millenni, anzi milioni... Insomma in due o tre miliardi di anni - e ancora oggi, se non li ammazziamo tutti prima - hanno ripulito l'atmosfera dall'anidride carbonica (facendola passare attraverso l'acqua, ben inteso), non per costruirsi i loro corpi (come gli autotrofi, ad esempio alghe e piante), ma bensì per costruirsi la loro casa.
Fanno così: prendono un po' dell'anidride carbonica sciolta in acqua (che non è proprio sotto forma di CO2, ma per i non chimici non è particolarmente importante), li fanno reagire con calcio o magnesio, e con questi formano carbonati insolubili che si depositano, e formano la casetta per il nostro muratore.
Ok, fin qui abbiamo trovato il carbonio, ovunque si nasconda sulla superficie terrestre: un pochettino nell'atmosfera come CO2, un po' sciolto negli oceani, un po' forma la materia organica di cui siamo fatti tutti noi esseri viventi, una discreta quantità è sepolto sotto terra come carbone, petrolio e gas (almeno finché non verrà estratto e bruciato dall'uomo), mentre la maggior parte forma le rocce carbonatiche della crosta.
Quel pochettino che ancora gira per l'atmosfera, però, è la parte più importante: non solo perché causa l'effetto serra, ma perché per passare da una parte all'altra, il carbonio passa sempre, o quasi, dall'atmosfera.
Sì. perché nell'atmosfera si muove velocemente (decisamente molto velocemente, rispetto ai tempi geologici con cui si muove quello nelle rocce), e può raggiungere moltissimi posti...
Sicuramente il mare accoglie la CO2 a braccia aperte, soprattutto se fa freddo (la solubilità dei gas, in acqua, è maggiore a temperature basse). E visto che questo, come quasi tutti i processi naturali, è un equilibrio, più CO2 c'è nell'aria, più gli oceani ne assorbono, fungendo un po' da tampone. Attenzione però, un tampone non troppo efficace: ricordiamo che più CO2 nell'atmosfera significa più effetto serra, quindi più caldo, quindi minore solubilità della CO2 in mare!!!
Secondo, gli organismi viventi autotrofi (senza dubbio le piante, che fin dalla suola materna ti insegnano che sanno "prendere l'anidridide carbonica e trasformarma in ossigeno", ma anche le alghe,e molti batteri non necessariamente fotosintetici), sono sempre a caccia di CO2, sia nell'aria che nell'acqua (e in questo caso, togliendola dall'acqua, lasciano il posto a nuova CO2 che dall'aria si scioglierà nell'acqua, sempre per il concetto di equilibrio).
Prendono quindi il carbonio sotto forma di CO2, lo riducono (astruso concetto chimico che, in questo caso, significa più o meno che caricano di elettroni - ed energia - il carbonio), e ne fanno materiale organico, cioè mattoni per costruire i loro corpi.
Corpi che poi, attraverso le catene alimentari, diventeranno cibo per altri organismi: una parte del materiale organico verrà riutilizzata per formare il corpo degli organismi predatori (o comunque successivi nella catena alimentare), un'altra parte verrà "bruciata" per tirar fuori quell'energia che gli autotrofi ci avevano messo dentro, restituendo CO2 all'atmosfera.
Una piccola parte della materia organica, però, potrebbe non essere completamente sfruttata, ed essere sepolta così com'è: può capitare a un povero scalatore travolto da una valanga e mai più recuperato, o a una foresta di alghe che viene sepolta (sfortunatamente per lei, fortunatamente per i magnati del petrolio) sotto una colossale frana sottomarina. Il risultato è che questa materia organica sepolta, lontana dall'ossigeno (e quindi da un possibile ritorno a CO2), pian piano si trasforma in combustibile fossile: carbone, petrolio, gas.
Infine, le rocce carbonatiche vengono erose (eh sì, anche le dolomiti, pioggia dopo pioggia, vengono erose, e probabilmente ben prima del Monte Bianco, di roccia silicea, molto meno solubile dei carbonati), i carbonati entrano in soluzione e vengono trasportati all'oceano.
Qui il carbonio subirà i possibili destini già visti per la CO2 nell'acqua (equilibrio con la CO2 atmosferica, o riduzione da parte degli organismi autotrofi), o riformerà le rocce carbonatiche, per precipitazione abiotica, o con l'aiuto dei coralli e compagnia bella.
Insomma, tirando un po' le somme, se tutto funzionasse a dovere (ovvero, se l'uomo non ci mettesse lo zampino) sembrerebbe che tutti questi spostamenti finiscano in pari, se per l'atmosfera tutte le entrate e le uscite pareggiassero, cioè:
tanta CO2 fissano gli organismi autotrofi, tanta ne consumano i viventi respirando;
tanta CO2 si deposita nelle rocce carbonatiche (o viene depositata dai coralli), tanta se ne libera dall'erosione delle montagne;
per il resto, l'oceano si occupa da far da tampone e bilanciare le eventuali fluttuazioni.
Soltanto una piccola parte di carbonio, era dopo era, viene immagazzinato nella materia organica sepolta, sotto forma di combustibili fossili.
Ora mettiamoci l'uomo.
Diventato intelligente (ne siamo poi così sicuri?), decide che non gli basta quel po' di carbonio che suo nonno scimpanzé otteneva mangiando banane, scopre che bruciando nel fuoco quegli evoluti autotrofi fotosintetici che sono le piante può fare un sacco di cose interessanti, e comincia ad andare in giro e accaparrarsi tutto il legno che trova. Risultato: meno piante, quindi meno produzione primaria (fissazione di carbonio, e immagazzinamento di energia per gli stadi successivi della catena alimentare), quindi meno animali emeno legno, quindi meno cibo e meno risorse, quindi guerre per accaparrarsi quel che rimane.
Finché l'uomo ha basato il suo approvvigionamento energetico sulla catena alimentare (caccia, allevamento, agricoltura, silvicoltura), però, ha dovuto sempre sottostare alle sue leggi, al suo equilibrio: il cibo è quello che è, quindi se ne consumi troppo viene la carestia, un po' di uomini muoiono, e si può ricominciare. La CO2 non cambia di molto, quella che viene emessa dalla respirazione degli organismi viventi è la stessa che qualche anno prima - o decine di anni prima - era stata fissata dagli autotrofi, e i conti tornano.
Peccato che poi, ben prima di comprendere tutti questi delicati equilibri, qualcuno ha deciso di scavare per terra e ha trovato quella polverosa pietra nera che brucia tanto bene. Ancora peggio quando qualche beduino ha fatto un buco nel terreno alla ricerca di acqua e ha scoperto di galleggiare su un mare di petrolio (non è andata proprio così, ma fa lo stesso).
L'umanità, esaltata da questa fonte di energia così "pronta all'uso", senza bisogno di disboscare migliaia di ettari di bosco togliendo il pane ai propri figli, si è buttata a capofitto nell'impresa del "grande rogo dei combustibili fossili" (in realtà, non ha nemmeno evitato di disboscare migliaia di ettari di bosco...).
Molti si chiedono come mai, nell'ultimo secolo, l'umanità si sia evoluta così tanto.
Considerato che sta bruciando l'energia dei combustibili fossili in un decimilionesimo del miliardo di anni che è stato impiegato ad immagazzinarla (ok, i conti sono un po' spannometrici, ma rendono l'idea), mi stupisco che ci siamo evoluti così poco.
Aggiungiamo un importante fatto: bruciando i combustibili fossili, reimmettiamo nell'aria, nel giro di pochi anni, un'enorme quantità di anidride carbonica che era stata sequestrata nel corso di milioni di anni: hai voglia te, ad aspettare che gli autotrofi riescano a rifissare tutto quel carbonio!!!
Così, non ci sarebbe da stupirsi se l'aumento di CO2 che si registra in questi anni (e quindi l'effetto serra) si dimostrasse dovuto all'uomo, o meglio, alla sua mania di bruciare combustibili fossili.
Dico se si dimostrasse, perché purtroppo la scienza è ancora indietro nel calcolare precisamente i flussi di carbonio, e in particolare l'effetto tampone dell'oceano. Senza dubbio l'anidride carbonica nell'atmosfera sta aumentando, che questo però sia dovuto in massima parte all'uomo, è ancora da dimostrare mi sa. Certo, le premesse ci sarebbero tutte...
E sì che la soluzione non sarebbe tanto difficile: non c'è nemmeno bisogno di costruire costosi pannelli solari, quando abbiamo già le piante che sono un sistema di immagazzinamento dell'energia assolutamente autonomo e a basso costo.
Basterebbe ricavare energia bruciando legna tagliata dal bosco (bruciandola con le nuove tecnologie, così inquina meno), e fare in modo da tagliare allo stesso ritmo con cui la foresta cresce: il bilancio di CO2 sarebbe in pari, e in più avremmo bellissime foreste ben curate.
Certo, probabilmente potremmo permetterci di consumare meno energia di quella che i paesi svilupati consumano oggi.
Ma non penso che questo sarebbe, poi, un gran male...
P.S. Questo articolo non ha le pretese di essere scientificamente corretto... Ma se avete notato dei grossi errori, avvertitemi!


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